ReliPress | RELIGIOUS LIFE PRESS
Dicembre 2012

Comunione e principio mariano

In occasione dell’apertura dell’anno accademico di Studium una riflessione sul ruolo del carisma e della comunione nella Chiesa. (cf. Tsm 20/2012)

Uno dei punti qualificanti dell’approfondimento del concilio Vaticano II sulla Chiesa è senz’altro il recupero della sua natura carismatica, rimasta fino allora – per diverse ragioni – un po’ in ombra. Specialmente nella costituzione dogmatica Lumen gentium si mostra come sia lo Spirito Santo il grande «attore protagonista» della vita della Chiesa. È lui che la rende santa, la guida verso la verità tutta intera, la fa una nella comunione e nel servizio, la costruisce e la dirige mediante i diversi doni gerarchici e carismatici, la conserva sempre giovane, la rinnova continuamente e la conduce all’unione perfetta con Cristo suo Sposo (cf. LG n. 4). Mi pare decisiva l’affermazione riassuntiva alla fine di LG n. 44: «Lo stato di vita dunque costituito dalla professione dei consigli evangelici, pur non concernendo la struttura gerarchica della Chiesa, appartiene tuttavia inseparabilmente alla sua vita e alla sua santità». Questo testo indica inequivocabilmente come i consacrati appartengano alla Chiesa e come il loro stato di vita ne esprima una dimensione fondamentale.

Grazie al recupero del ruolo primario e dinamico dello Spirito Santo, è stato possibile riscoprire la presenza e la funzione dei carismi, fino a riconoscere la dimensione carismatica della Chiesa come co-essenziale accanto a quella istituzionale, che storicamente aveva preso il sopravvento fino quasi a oscurare l’altra. Qualche anno dopo la fine del concilio, il cardinale belga Leo Suenens, che aveva dato un contributo decisivo a questa riscoperta, scriveva: «D’ora in poi non bisognerà mai perdere di vista che la Chiesa non può esistere senza la sua dimensione carismatica: esserne spogliata sarebbe per lei non solo un impoverimento, ma una negazione del suo essere. Senza questa dimensione la Chiesa non sarebbe solamente privata di una parte di se stessa – come un uomo privo delle mani – ma cesserebbe di essere la Chiesa: la sua essenza stessa sarebbe intaccata».

Carisma e istituzione: coessenziali

Il pensiero del Concilio a questo proposito è limpido: lo Spirito Santo santifica e guida il popolo di Dio «non solo per mezzo dei sacramenti e dei ministeri» ma anche distribuendo liberamente e gratuitamente tra tutti i fedeli i suoi doni – cioè i carismi –, a vantaggio di tutti (cf LG 12). Lo aveva già affermato l’apostolo Paolo in Ef 2, 20: la Chiesa di Cristo è fondata sugli apostoli e sui profeti: solo l’unità nell’amore le restituisce interamente la sua fisionomia. Ministeri e carismi dunque sono entrambi co-essenziali alla identità umano-divina della Chiesa nella sua ricca molteplice unità.

La co-essenzialità, già adombrata in questi passi di LG, verrà espressamente affermata vent’anni dopo dal beato Giovanni Paolo II. Riporto qui almeno due importanti riferimenti. Nel 1987, parlando dei nuovi movimenti ecclesiali, li riconosce come fondati su quei “doni carismatici” che, insieme ai “doni gerarchici”, provengono dall’unico Spirito per l’utilità della Chiesa. In seguito, nel contesto del congresso mondiale dei movimenti ecclesiali preparatorio alla grande veglia di Pentecoste del 30 maggio1998, haripetuto: tra dimensione istituzionale e dimensione carismatica nella Chiesa non esiste alcuna contrapposizione, «ambedue sono co-essenziali alla costituzione divina della Chiesa fondata da Gesù, perché concorrono insieme a rendere presente il mistero di Cristo e la sua opera salvifica nel mondo». Appare evidente l’importanza di questa affermazione, tra l’altro per il suo esplicito collegamento all’origine divina della Chiesa; un’affermazione a mio parere assai feconda per una migliore comprensione e soprattutto attuazione di una reale ecclesiologia di comunione.

L’accostamento della dimensione istituzionale e di quella carismatica come co-essenziali alla identità e alla missione della Chiesa rimanda ad un altro binomio messo in luce sempre dal beato Giovanni Paolo II: quello del rapporto tra profilo petrino e profilo mariano. Ricordiamo l’importante discorso alla curia romana del 22 dicembre 1987. Lì egli si rifaceva ad una idea proposta dal teologo svizzero H. U. von Balthasar secondo il quale l’aspetto istituzionale e ministeriale della Chiesa ne rappresenta il principio (o profilo) petrino, mentre quello profetico/carismatico può essere definito come il principio (o profilo) mariano. Maria, la prima credente e quindi modello di ogni cristiano e dell’intera Chiesa, non ha nella comunità dei credenti un compito istituzionale; solo rivestita di Spirito santo, sintetizza in sé tutti i doni di grazia che la Chiesa riceve da Dio per essere santa. Il carisma di Maria, spiega von Balthasar, è come il carisma onnicomprensivo nel quale ciascun carisma si scopre.  Questi due principi sono «coestentivi con la Chiesa» tanto da poter dire che «tutta la Chiesa è petrina; tutta la Chiesa è mariana» e sono tra loro in relazione dinamica di amore reciproco: si necessitano mutuamente e si articolano fino al punto da poter parlare di una relazione animata dalla legge trinitaria dell’amore vicendevole.

Lo Spirito e i fondatori

In quel discorso, dunque, il beato Giovanni Paolo II affermava che il profilo mariano (cioè la dimensione carismatica) è altrettanto fondamentale e caratterizzante la Chiesa di quello petrino, se non di più. Essi sono fra loro strettamente uniti e complementari, e addirittura il principio mariano precede quello petrino (perché Maria viene prima di Pietro e degli apostoli) ed è di esso più alto e preminente.

Tra i molti testi del magistero post-conciliare, che hanno rappresentato una esplicitazione e un progresso della riflessione proposta da LG a proposito della collocazione dei carismi nella Chiesa, ne prendiamo solo uno, particolarmente importante: l’esortazione apostolica Vita consecrata, che ha raccolto la ricca elaborazione dottrinale del sinodo speciale sulla vita consacrata e la sua missione nella Chiesa e nel mondo, del 1994. All’inizio se ne delinea brevemente la genesi storica: «Lungo i secoli non sono mai mancati uomini e donne che, docili alla chiamata del Padre e alla mozione dello Spirito, hanno scelto questa via di speciale sequela di Cristo (…). In questo modo essi hanno contribuito a manifestare il mistero e la missione della Chiesa con i molteplici carismi di vita spirituale ed apostolica che loro distribuiva lo Spirito Santo (…)» (VC n. 1). Si afferma poi che la vita consacrata è una realtà che tocca non una parte, ma tutta la Chiesa: appartiene infatti intimamente alla sua santità e alla sua missione: essa sta al cuore della Chiesa come «elemento irrinunciabile e qualificante, in quanto espressivo della sua stessa natura». Di conseguenza non sarebbe pensabile una Chiesa composta unicamente dai ministri sacri e dai laici: questa non corrisponderebbe «alle intenzioni del suo divino Fondatore quali ci risultano dai Vangeli e dagli altri scritti neotestamentari» (VC n. 29). Non si poteva affermare con più chiarezza il carattere divino della fondazione della vita consacrata e carismatica e al contempo la co-essenzialità del carisma rispetto al ministero.

Scuola di comunione

Un secondo orizzonte che desidero qui richiamare è rappresentato dalla spiritualità di comunione, che il beato Giovanni Paolo II nella lettera apostolica Novo millennio ineunte (2001) ha indicato come compito a tutta la Chiesa: «Fare della Chiesa la casa e la scuola della comunione: ecco la grande sfida che ci sta davanti nel millennio che inizia, se vogliamo essere fedeli al disegno di Dio e rispondere anche alle attese profonde del mondo» (n. 43). A questo fine il papa indica uno strumento ben preciso: «occorre promuovere una spiritualità della comunione, facendola emergere come principio educativo in tutti i luoghi dove si plasma l’uomo e il cristiano, dove si educano i ministri dell’altare, i consacrati, gli operatori pastorali, dove si costruiscono le famiglie e le comunità».

Fonte e modello della comunione tra coloro che formano l’unico popolo di Dio è la Trinità, tanto da poter definire la Chiesa «un popolo che deriva la sua unità dall’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo» (LG n. 4), secondo la celebre espressione di s. Cipriano. Ne consegue che compito della Chiesa nella storia è aiutare gli uomini a vivere la comunione con Dio e fra loro che Gesù ha già definitivamente realizzato con la sua morte e resurrezione, ma che ora deve progressivamente informare la vita dei credenti e poi di tutti gli uomini, affinché si attui quel «come in cielo così in terra» che chiediamo ogni giorno nella preghiera del Pater, finché «tutti siano uno» (Gv 17, 20). Possiamo infatti interpretare il versetto del Padre nostro, «Sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra», in questo modo: aiutaci a vivere qui in terra come si vive in cielo, attuando tra noi la stessa dinamica di relazioni che si vivono nella Trinità e che permette ai Tre di essere al contempo uno e distinti.

Se tutta la Chiesa deve vivere la comunione sul modello trinitario, i consacrati ne sono come gli «specialisti», perché questa è l’essenza della loro scelta di vita: l’unione con Dio e l’unione fra loro nella vita fraterna. Per questo la Chiesa affida alle comunità dei consacrati il compito peculiare di «far crescere la spiritualità della comunione prima di tutto al proprio interno e poi nella stessa comunità ecclesiale e oltre i suoi confini», come leggiamo in Vita consecrata n. 51.

Atti degli apostoli

La vita consacrata, essendo parte viva e co-essenziale della Chiesa, partecipa a titolo speciale dell’unica comunione ecclesiale e la esprime in maniera significativa e caratteristica, proponendosi per questo come luogo privilegiato di esperienza e testimonianza della vita della Trinità. Pur nella varietà delle ispirazioni e delle forme in cui si è storicamente espressa, la vita consacrata è sempre stata consapevole di dover guardare non solo all’esempio di comunione indicato dagli Atti degli apostoli fra la primitiva comunità cristiana di Gerusalemme, dove tutti erano «un cuore solo e un’anima sola» (At 4, 32), ma ancor più radicalmente al suo modello originale, al prototipo di comunione delle tre divine persone nella Trinità.

Occorre precisare che la vita di comunione di impronta trinitaria che costituisce l’identità e la missione della Chiesa prima, e poi della vita consacrata, è prima di tutto un dono; diversamente sarebbe una pretesa sovrumana e resterebbe un ideale impossibile da raggiungere. Per l’esortazione apostolica post-sinodale Christifideles laici (1988) n. 31 il dono della comunione ecclesiale è «riflesso nel tempo dell’eterna e ineffabile comunione d’amore di Dio Uno e Trino»; essendo un dono viene paragonato a un talento che «esige d’essere trafficato in una vita di crescente comunione». A sua volta «la comunione genera comunione» (n. 32) e si allarga come a centri concentrici all’interno della Chiesa, con i cristiani di altre confessioni, con i fedeli di altre religioni e con tutta l’umanità. È questo che rende credibile la testimonianza dei cristiani e la stessa Chiesa: «Così la vita di comunione ecclesiale diventa un segno per il mondo e una forza attrattiva che conduce a credere in Cristo: “Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato” (Gv 17, 21)» (ChL n. 31). Applicato alla comunità religiosa, Vita consecrata lo esprime così: essa è lo «spazio umano abitato dalla Trinità, che estende così nella storia i doni della comunione propri delle tre persone divine» (n. 41). È perché sono resi partecipi, come del resto tutti i battezzati, della vita trinitaria, sono anzi introdotti in essa, che i consacrati possono poi diventare segno e profezia di essa nella Chiesa e nel mondo.

La Chiesa stessa riconosce questa esemplarità dei consacrati nel vivere e nel mostrare agli altri fedeli e al mondo come sia possibile vivere qui in terra la piena comunione con Dio e fra noi. Nel documento Religiosi e promozione umana della Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica (1978) i religiosi sono stati definiti «esperti di comunione». Leggiamo al n. 24: «Esperti di comunione, i religiosi sono quindi chiamati ad essere, nella comunità ecclesiale e nel mondo, testimoni e artefici di quel progetto di comunione che sta al vertice della storia dell’uomo secondo Dio».

A servizio della Chiesa

Più specificamente, i consacrati sono invitati a vivere la comunione coltivando un «fraterno rapporto spirituale e la mutua collaborazione tra i diversi istituti di vita consacrata e società di vita apostolica» (VC n. 52). Nell’istruzione Ripartire da Cristo, pure questa della Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica (2002), il n. 30 porta come titolo: «Comunione tra i carismi antichi e nuovi». Leggiamo: «La comunione che i consacrati e le consacrate sono chiamati a vivere va ben oltre la propria famiglia religiosa o il proprio istituto. Aprendosi alla comunione con gli altri istituti e le altre forme di consacrazione, possono dilatare la comunione, riscoprire le comuni radici evangeliche e insieme cogliere con maggiore chiarezza la bellezza della propria identità nella varietà carismatica, come tralci dell’unica vite». Il testo si conclude così: «La spiritualità di comunione si attua precisamente anche in questo ampio dialogo della fraternità evangelica fra tutte le componenti del Popolo di Dio».

Nel cuore della Chiesa-comunione tutti i carismi antichi e nuovi, presi singolarmente e nel loro insieme, si propongono come luoghi in cui si vive l’esperienza di comunione trinitaria e sono in questo di modello e di stimolo a tutta la Chiesa per aiutarla a divenire sempre più compiutamente «casa e scuola di comunione».

Lascia un commento

* obbligatorio

Testimoni

Rivista mensile di informazione, spiritualità e vita consacrata, edita dal Centro editoriale dehoniano di Bologna (Italia).

continua
newsletter

iscriviti alla nostra newsletter

Seguici su..