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Febbraio 2013

Sviluppi del magistero

Negli interventi a cavallo dell’anno il papa elabora in forma inconsueta alcune attenzioni.

In alcuni appuntamenti classici del magistero pontificio tra fine e inizio anno (messaggio ai giovani – ottobre 2012, messaggio per la giornata della pace – 1 gennaio 2013, discorso alla curia – 21 dicembre 2012, discorso al corpo diplomatico – 7 gennaio 2013) Benedetto XVI affronta alcuni temi rilevanti della vita ecclesiale e civile che segnano il suo ottavo anno di pontificato (per una sintesi dei precedenti cf. Testimoni 9, 2012 p. 1).

Quelli del 2012 sono stati mesi ricchi di appuntamenti e di occasioni pastorali. Come i viaggi internazionali a Cuba, in Messico e in Libano o quello a Milano in occasione della festa della famiglia. La pubblicazione della esortazione post-sinodale Ecclesia in Medio Oriente alimenta una sinodalità che ha visto la celebrazione del sinodo sulla nuova evangelizzazione (Roma, 7-28 ottobre). Occasione per avviare l’Anno della fede (11.10.2012 – 24.11.2013) e la memoria dell’apertura del Vaticano II. Si possono anche ricordare la pubblicazione del quarto libro del pontificato (L’infanzia di Gesù), l’accorata omelia ai preti del giovedì santo, la lettera ai vescovi tedeschi sulle parole nel canone della messa («pro multis») e la dolorosa vicenda delle carte trafugate e del «corvo».

Nei testi pronunciati o scritti a cavallo dell’anno emergono alcuni rilevanti preoccupazioni e decise indicazioni: relativamente al mercato e alla crisi economica, rispetto alla discussione e alle legislazioni ispirate dalla teoria «di genere», sul dovere e le sfide del dialogo interreligioso e sulle persecuzioni e sui fenomeni di cristianofobia.

Lavoro e genere

Sono impegnative le affermazioni sul diritto al lavoro, sui limiti del liberismo radicale, sulla necessità del nuovo modello di sviluppo, sulla ristrutturazione etica dei mercati che si leggono nel Messaggio per la giornata della pace (cf. Testimoni 1,2013, p. 3). «Le ideologie del liberismo radicale e della tecnocrazia insinuano il convincimento che la crescita economica sia da conseguire anche a prezzo dell’erosione della funzione sociale dello Stato e delle reti di solidarietà della società civile, nonché dei diritti e dei doveri sociali». Fra i diritti minacciati vie è «il diritto al lavoro. Ciò è dovuto al fatto che sempre più il lavoro e il giusto riconoscimento dello statuto giuridico dei lavoratori non vengono adeguatamente valorizzati, perché lo sviluppo economico dipenderebbe soprattutto dalla piena libertà dei mercati. Il lavoro viene considerato così una variabile dipendente dei meccanismi economici e finanziari». «Da più parti viene riconosciuto che oggi è necessario un nuovo modello di sviluppo, come anche un nuovo sguardo sull’economia» perché quello «prevalso negli ultimi anni postulava la ricerca della massimizzazione del profitto e del consumo, in un’ottica invidualistica ed egoistica, intesa a valutare le persone solo per la loro capacità di rispondere alle esigenze della competitività». «È poi fondamentale e imprescindibile la strutturazione etica dei mercati monetari, finanziari e commerciali; essi vanno stabilizzati e maggiormente coordinati e controllati, in modo da non arrecare danno ai più poveri». C’è, insomma, bisogno «di un nuovo pensiero, di una nuova sintesi culturale per superare tecnicismi e armonizzare le molteplici tendenze politiche in vista del bene comune». Nel Messaggio ai giovani si offre una lettura positiva di due elementi dell’attuale condizione socio-civile: il mondo di internet che facilita la comunicazione, anche di fede, pur con i pericoli relativi alla dipendenza, alla confusione di reale e virtuale, al venir meno del dialogo diretto; e quello della mobilità che può essere occasione propizia per testimoniare la fede.

Parlando alla curia romana emerge con forza il tema della famiglia e al teoria «di genere». Se fino ad ora la crisi familiare era imputabile a una mal compresa libertà, ora la teoria «di genere» si presenta come «nuova filosofia della sessualità. Il sesso, secondo tale filosofia, non è più un dato originario della natura che l’uomo deve accettare e riempire personalmente di senso, bensì un ruolo sociale del quale si decide autonomamente, mentre finora era la società a decidervi. La profonda erroneità di questa teoria e della rivoluzione antropologica in essa soggiacente è evidente. L’uomo contesta di avere una natura precostituita dalla sua corporeità, che caratterizza l’essere umano. Nega la propria natura e decide che essa non gli è data come fatto precostituito, ma che è lui stesso a crearsela… Maschio e femmina come realtà della creazione, come natura della persona umana non esistono più. Egli è orami solo spirito e volontà. La manipolazione della natura, che oggi deploriamo per quanto riguarda l’ambiente, diventa qui la scelta di fondo dell’uomo nei confronti di se stesso». «Se, però, non esiste la dualità di maschio e femmina come dato della creazione, allora non esiste più neppure la famiglia come realtà prestabilita dalla creazione. Ma in tal caso anche la prole ha perso il luogo che finora le spettava e la particolare dignità che le è propria». Pensieri similari si trovano nel Messaggio sulla pace: «Anche la struttura naturale del matrimonio va riconosciuta e promossa, quale unione fra un uomo e una donna, rispetto ai tentativi di renderla giuridicamente equivalente a forme radicalmente diverse di unione che, in realtà, la danneggiano e contribuiscono alla sua destabilizzazione, oscurando il suo carattere particolare e il suo insostituibile ruolo sociale».

Dialogo e verità

Dalle incomprensioni del discorso a Ratisbona (2006) il papa ha poi sviluppato iniziative di dialogo (coi 138 sapienti islamici, con il rinnovarsi degli appuntamenti ad Assisi ecc.), ondeggiando sui compiti da affidare al Pontificio consiglio del dialogo, fra un’azione etica e sociale e la continuazione di un dialogo di reciproca conoscenza. Nel discorso alla curia compie un passo in avanti, a favore di un dialogo teologico.

«Nella situazione attuale dell’umanità il dialogo delle religioni è una condizione necessaria per la pace nel mondo, e pertanto è un dovere per i cristiani come pure per le altre comunità religiose. Questo dialogo delle religioni ha diverse dimensioni. Esso sarà innanzi tutto semplicemente un dialogo della vita, un dialogo della condivisione pratica. In esso non si parlerà dei grandi temi della fede – se Dio sia trinitario o come sia da intendere l’ispirazione della Sacre Scritture ecc. Si tratta dei problemi concreti della convivenza e della responsabilità comune per la società, le lo stato, per l’umanità. In ciò bisogna imparare ad accettare l’altro nel suo essere e pensare in modo diverso. A questo scopo è necessario fare della responsabilità comune per la giustizia e per la pace  il criterio di fondo del colloquio. Un dialogo in cui si tratta di pace di giustizia diventa da sé, al di là di ciò che è semplicemente pragmatico, una lotta etica circa la verità e circa l’essere umano; un dialogo circa le valutazioni che sono presupposte al tutto. Così il dialogo, in un primo momento meramente pratico, diventa tuttavia anche una lotta per il giusto modo di essere persona umana». «Per l’essenza del dialogo interreligioso, oggi in genere si considerano fondamentali due regole: 1. Il dialogo non ha di mira la conversione, bensì la comprensione. In questo si distingue dall’evangelizzazione, dalla missione. 2. Conformemente a ciò, in questo dialogo ambedue le parti restano consapevolmente nella loro identità, che, nel dialogo, non mettono in questione né per sé , né per gli altri.

Queste regole sono giuste. Penso, tuttavia, che in questa forma siano formulate superficialmente. Si, il dialogo, non ha di mira la conversione, ma una migliore comprensione reciproca: ciò è corretto. La ricerca di conoscenza e di comprensione, però, vuole sempre essere anche un avvicinamento alla verità. Così, ambedue le parti, avvicinandosi passo passo alla verità, vanno in avanti e sono in cammino verso una più grande condivisione, che si fonda sul’unità nella verità». «Rispetto a questo direi che il cristiano ha la grande fiducia di fondo, anzi, la grande certezza di fondo di poter prendere tranquillamente il largo nel vasto mare della verità, senza dover temere per la sua identità di cristiano». Ciò comporta per il singolo credente un approfondimento della fede, come il papa ricorda nel Messaggio ai giovani: «Dovete conoscere la vostra fede con la stessa precisione con cui uno specialista di informatica conosce il sistema operativo di un computer; dovete conoscerla come un musicista conosce il suo pezzo; sì, dovete essere ben più profondamente radicati nella fede della generazione dei vostri genitori, per poter resistere con forza e decisione alle sfide e alle tentazioni di questo tempo».

Laicità e libertà

Le violenze contro il cristianesimo e le fedi assume due diversi modelli: quello tradizionale delle persecuzioni e quello nuovo del laicismo cristianofobo. Ma anzitutto il papa si premura di denunciare la violenza che trova motivo dalla propria fede:  quel «pernicioso fanatismo di matrice religiosa, che anche nel 2012 ha mietuto vittime in alcuni paesi qui rappresentati. Come ho avuto modo di dire, si tratta di una falsificazione della religione stessa, la quale, invece mira a riconciliare l’uomo con Dio, a illuminare e purificare le coscienze e a rendere chiaro che ogni uomo è immagine del Creatore» (discorso al corpo diplomatico).

Le violenze contro le fedi sono spesso parte di violenze più generalizzate e di guerre intestine come succede in Siria e in alcuni stati del Medio Oriente o nell’Africa del Nord (Egitto, Corno d’Africa) e in quella sub-sahariana (Congo, Mali, Centrafrica). «A intervalli regolari la Nigeria è teatro di attentati terroristici che mietono vittime, soprattutto tra i fedeli cristiani riuniti in preghiera, quasi che l’odio volesse trasformare dei templi di preghiera e di pace in altrettanti centri di paura e  divisione». Ma forme di aggressività laicista si registrano anche nei paesi occidentali: «Constato con tristezza che, in diversi paesi, anche di tradizione cristiana, si è lavorato per introdurre o ampliare legislazioni che depenalizzano o liberalizzano l’aborto» (discorso al corpo diplomatico). «Purtroppo, anche in paesi di antica tradizione cristiana si stanno moltiplicando gli episodi di intolleranza religiosa, specie nei confronti del cristianesimo e di coloro che semplicemente indossano i segni identitari della propria religione» (Messaggio per la pace). Per questo il papa insiste sulla possibile obiezione di coscienza. Gli ordinamenti giuridici e l’amministrazione della giustizia devono  riconoscere «il diritto all’uso del principio dell’obiezione di coscienza nei confronti di leggi e misure governative che attentano contro la dignità umana, come l’aborto o l’eutanasia» (Messaggio per la pace). «Per salvaguardare effettivamente l’esercizio della libertà religiosa è poi essenziale rispettare il diritto all’obiezione di coscienza. Questa “frontiera” della libertà tocca dei principi di grande importanza, di carattere etico o religioso, radicati nella dignità stessa della persona umana» (discorso al corpo diplomatico).

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Rivista mensile di informazione, spiritualità e vita consacrata, edita dal Centro editoriale dehoniano di Bologna (Italia).

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