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Marzo 2013

Dal soglio al monastero

Le diverse interpretazioni sulle dimissioni di Papa Benedetto XVI

Prezzi Lorenzo

Passerà alla storia come il più clamoroso atto di governo del suo pontificato il gesto compiuto da Benedetto XVI l’11 febbraio. Davanti ai cardinali riuniti in concistoro ordinario pubblico ha detto che «dal 28 febbraio 2013, alle ore 20, la sede di Roma, la sede di san Pietro, sarà vacante e dovrà essere convocato, da coloro a cui compete, il conclave per l’elezione del nuovo sommo pontefice». Ai presenti stupefatti ha spiegato: «Dopo aver ripetutamente esaminato la mia coscienza davanti a Dio, sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l’età avanzata, non sono più adatte per esercitare il modo adeguato  il ministero petrino. Sono ben consapevole che questo ministero, per la sua essenza spirituale, deve essere compiuto non solo con le opere e con le parole, ma soffrendo e pregando. Tuttavia, nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede, per governare la barca di Pietro e annunciare il Vangelo, è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell’animo, vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a me affidato. Per questo, ben consapevole della gravità di questo atto, con piena libertà, dichiaro di rinunciare al ministero di vescovo di Roma». Non accadeva dal 1415, con Gregorio XII,  che un papa rinunciasse al suo incarico. Una deflagrazione che conoscerà molte ondate di ripercussioni di cui non è ancora possibile intuire direzione e interpretazione.

 Per noi religiosi è singolare vedere come la sua parabola si chiuda nel monastero di clausura Mater Ecclesiae in Vaticano: «Per quanto mi riguarda, anche in futuro, vorrò servire di tutto cuore, con una vita dedicata alla preghiera, la santa Chiesa di Dio». Pochi giorni prima aveva pronunciato nell’omelia per la festa della vita consacrata (2 febbraio) la parola più forte a difesa dei consacrati: «Non unitevi ai profeti di sventura che proclamano la fine o il non senso della vita consacrata della Chiesa nei nostri giorni; piuttosto rivestitevi di Gesù Cristo – come esorta san Paolo (Rm 13, 11-14) – restando svegli e vigilanti».

 Un precedente: p. Kolvenbach

Il direttore della Sala stampa, p. Federico Lombardi, ha ricordato che la decisione adempie con precisione quanto il Codice di diritto canonico prevede: «Nel caso che il romano pontefice rinunci al suo ufficio, si richiede per la validità che rinuncia sia fatta liberamente e che venga debitamente manifestata; non si richiede invece che qualcuno l’accetti» (can. 332, par. 2). In occasione del suo 85° compleanno (16 aprile 2012) la decisione non era ancora precisata: «Mi trovo di fronte all’ultimo tratto del percorso della mia vita e non so cosa mi aspetta. So, però, che la luce di Dio c’è, che egli è risorto, che la sua luce è più forte di ogni oscurità; che la bontà di Dio è più forte di ogni male di questo mondo. E questo mi aiuta a procedere con sicurezza». Ma da tempo l’ipotesi era presa in conto se nel libro Luce di mondo (2010), rispondendo alle domande in merito di Peter Seewald, diceva: «Quando il pericolo è grande non si può scappare. Ecco perché questo non è sicuramente il momento di dimettersi. È proprio in momenti come questo che bisogna resistere e superare la situazione difficile. Ci si può dimettere in un momento di serenità, o quando semplicemente non ce la si fa più». E aggiungeva: «Quando un papa giunge alla chiara consapevolezza di non essere più in grado fisicamente, mentalmente e spiritualmente di svolgere l’incarico affidatogli, allora ha il diritto e in talune circostanze anche il dovere di dimettersi».

Non è ancora possibile interpretare adeguatamente un gesto di questa portata. Forse serve ricordare un parallelo minore, ma significativo: la dimissione di p. Kolvenbach da preposito generale dei gesuiti, carica che le costituzioni, rigorosamente difese dai papi, prevedevano a vita. Nella lettera alla congregazione generale Benedetto XVI si rivolge a lui così: «Ella, per oggettive ragioni, ha più volte chiesto di essere sollevato da così gravoso incarico assunto con grande senso di responsabilità in un momento non facile della storia dell’ordine». E il ringraziamento dell’intera assemblea suona: «Desideriamo dirle che ci sentiamo edificati dall’esempio di libertà di spirito con cui lei ha presentato la sua rinuncia, impregnata nello spirito del Vangelo e degli Esercizi, così lontano dalla dinamica di questo mondo dove ci ostina a lottare per arrivare a posti di potere e di prestigio. Il nostro carisma e le nostre leggi non sono  buone solo perché propongono ideali gloriosi, ma soprattutto perché ci sono persone che le sanno incarnare e vivere» (cf. Regno-doc. 3,2008,87-88).

 La sua interpretazione della rinuncia

L’interpretazione delle dimissioni è anzitutto contenuta nelle parole del papa stesso sopra riportate. Esse sono state ripetute nell’udienza generale del 13 febbraio: «Ho fatto questo in piena libertà per il bene della Chiesa, dopo aver pregato a lungo ed aver esaminato davanti a Dio la mia coscienza, ben consapevole della gravità di tale atto, ma altrettanto consapevole d non essere più in grado di svolgere il ministero petrino, con quella forza che esso richiede. Mi sostiene e mi illumina la certezza che la Chiesa è di Cristo, il quale non le farà mai mancare la sua guida e la sua cura… Convertirsi significa non chiudersi nella ricerca del proprio successo e del proprio prestigio, della propria posizione, ma far sì che ogni giorno, nelle piccole cose, la verità, la fede in Dio e l’amore diventino la cosa più importante». Il bene della Chiesa, la libertà personale, la centralità della coscienza, la preghiera, il carattere specifico del ministero petrino, il distacco dal potere e l’orizzonte di fede costituiscono i punti di riferimento certi. Confortati dall’interpretazione della propria vita che lui ha dato in occasione del suo 85° compleanno unendo l’esigenza di uno sguardo semplice del cuore alla forza della promessa divina contenuta nel battesimo. «Con tutto il sapere e tutte le capacità, che pure sono necessari, non dobbiamo perdere il cuore semplice, lo sguardo semplice del cuore, capace di vedere l’essenziale, e dobbiamo pregare il Signore affinché conserviamo in noi l’umiltà che consente di rimanere chiaroveggente – di vedere ciò che è semplice ed essenziale, la bellezza e la bontà di Dio – e di trovare così la sorgente dalla quale viene l’acqua che dona la vita e purifica». «La vita biologica di per sé è un dono, eppure è circondata da una grande domanda. Diventa un vero dono solo se, insieme ad essa, si può dare una promessa che è più forte di qualunque sventura che ci possa minacciare, se essa viene immersa in una forza che garantisce che è un bene essere uomo, che per questa persona è un bene qualsiasi cosa possa portare il futuro».

E le altre interpretazioni

Il gesto fortissimo della rinuncia apre per sua natura a una pluralità di interpretazioni già emerse e che emergeranno nel dibattito ecclesiale e civile. Una possibilità analoga si era presentata alla coscienza sia di Paolo VI, sia di Giovanni Paolo II. Il primo la escluse in ragione dell’impossibilità di rinunciare alla paternità. Il servizio petrino legherebbe a tal punto da non permettere altra via che la consunzione. Anche se la contemporanea richiesta ai vescovi di dimissionare ai 75 anni e ai cardinali di non entrare in conclave oltre gli 80 anni diventava un parallelo difficilmente ignorabile.

Giovanni Paolo II ha vissuto come nessun altro papa il suo tramonto e la sua morte in pubblico ritenendo, come ha annotato il suo successore, che anche «soffrendo e pregando» si potesse compiere il ministero della carità nelle Chiese. In una espressione emblematica: «non si scende dalla croce». In tutti i tre casi i riferimenti teologici, spirituali e istituzionali sono uguali. La diversa soluzione scelta da Benedetto XVI è legata alla sua consapevolezza che il ministero petrino abbia un criterio centrale di interpretazione nella vita stessa del papa, nella sua personalissima esperienza.

Di rilievo minore, a mio avviso, le interpretazioni che i media stanno alimentando. Una prima suggerisce di leggere la rinuncia come una conferma al processo di laicizzazione, un inevitabile consenso alla secolarizzazione. Un papa che si dimette distacca il ruolo dalla persona e in qualche maniera si omologa ai processi di servizio funzionale, classici della condizione contemporanea. Un percorso che potrà diventare vero nelle conseguenze ma che non è coltivato nelle intenzioni, dove l’assimilazione di elementi della modernità (come il riferimento alla coscienza e all’efficienza) confermano il servizio ecclesiale e non lo estenuano. Una seconda linea accentua il tono drammatico e legge nella rinuncia l’estremo limite di una impotenza oramai non più ovviabile se non con un gesto ultimativo. Raccordando e annodando i molti punti critici del pontificato (nomine ridiscusse, pedofilia del clero, resistenza alle revisioni liturgiche, scarsi risultati della diplomazia, il non avvenuto rientro dei lefebvriani, le difficoltà ecumeniche e nel dialogo interreligioso, la crisi delle Chiese in Occidente, le critiche all’ermeneutica conciliare ecc.) si giustificherebbe il gesto compiuto. Il processo di assemblamento può essere diversamente disposto con esiti nettamente diversi.  In ogni caso la cifra del fallimento non si accorda con la forza necessaria al gesto e alla coerenza dei valori spirituali di riferimento.

Un nuovo primato?

Maggiormente pertinenti le intuizioni di quanti leggono nella rinuncia una dinamica propriamente ecclesiale senza particolari riverberi nella cultura mondiale (la morte del predecessore ha visto radunarsi in piazza san Pietro rappresentanti di 200 stati, mentre la fine per rinuncia impedisce ogni convenire dei potenti), o una singolare forma di apertura a un ripensamento del servizio petrino, coerente con le domande provenienti dall’insieme delle Chiese cristiane e già coraggiosamente sottolineato dall’Orientale Lumen di Giovanni Paolo II.

La conclusione monastica della vita di Joseph Ratzinger, già evocata nel nome di Benedetto,  conferma come la chiave più adeguata per entrare nella valutazione della vita consacrata propria del suo magistero sia appunto il monachesimo (cf. Testimoni 9/2012 p. 1). È evidente fin dal discorso a Subiaco pronunciato pochi giorni prima della sua nomina, il 1 aprile 2005. Le insormontabili contraddizioni della modernità espresse dal relativismo, dallo scientismo e dal soggettivismo sono superabili solo dando di nuovo plausibilità all’ipotesi Dio (veluti si Deus daretur), ripetendo l’impresa del monachesimo. Conclusioni confermate nel discorso tenuto a Parigi al mondo della cultura (settembre 2008). Non è solo un impianto culturale e teologico, ma anche una affezione personale che il papa dimostra nei rapporti personali dei suoi discorsi (cf. agli abati benedettini del 20 settembre 2008) o dei suoi viaggi (il saluto al monastero di Serra San Bruno, il 9 ottobre 2011; o il discorso ai camaldolesi il 10 marzo del 2012).

L’atteso chiostro

Più in generale in tutti i testi del suo magistero relativi alla vita consacrata emergono con forza la dimensione cristologica e quella escatologica. Sono esse le cifre riassuntive di elementi da sempre riconosciuti centrali come i voti, la missione, la via fraterna, i servizi, la scelta dei poveri, il rinnovamento interno, la collaborazione fra congregazioni ecc.

Oltre ai documenti vi sono gli atti di governo. Ricordo solo i maggiori. Il 18 febbraio 2008 i rappresentanti delle unioni internazionali dei superiori e delle superiore religiose (USG e UISG) sono a colloquio con il papa per due ore, in un clima di libertà e di confronto. Non accadeva dal 1983, nonostante le ripetute richieste degli interessati. La riapertura del dialogo è soprattutto merito del card. T. Bertone, che vince le incomprensibili resistenze dell’allora prefetto della Congregazione per la vita consacrata, card. F. Rodé.

Tre i provvedimenti critici nei confronti dei religiosi e delle religiose. Il maggiore è quello relativo ai legionari di Cristo. Il 16 maggio 2006 un severo comunicato della Sala stampa invita il fondatore, p. Marcial Maciel Degollado a una vita riservata di preghiera e di penitenza per gravi, ripetuti e nascosti comportamenti immorali. Da allora il papa e il Vaticano si adoperano per salvare la Congregazione e garantire ad essa un futuro (cf. Testimoni 1/2012, pp. 23-29). Il secondo caso riguarda gli episodi di pedofilia, in particolare in Irlanda. La severa e addolorata lettera con cui Benedetto XVI invita quella chiesa a «riflettere sulle ferite inferte al corpo di Cristo, sui rimedi, a volte dolorosi, necessari per fasciarle e guarirle, e sul bisogno di unità, di carità e di vicendevole aiuto nel lungo processo di ripresa e di rinnovamento ecclesiale» vede sempre appaiati il riferimento al clero diocesano e ai religiosi (che per tradizione si occupano delle scuole del paese). Infine, la recente presa di posizione della Congregazione della dottrina delle fede a proposito delle suore statunitensi e degli orientamenti teologici che emergono dai programmi della loro organizzazione nazionale. Indirizzo che è in qualche maniera legato all’allontanamento del segretario della Congregazione dei religiosi, mons. J. Tobin, lasciando tutto il peso sulle spalle del prefetto, il card. J. Braz de Aviz.

Se Benedetto XVI non si caratterizza come sostenitore dei tratti più innovativi ed esposti della vita consacrata, dall’altro riserva ad essa una valutazione di alto profilo spirituale e culturale e ne riafferma costantemente il nucleo cristologico ed ecclesiologico decisivo. Elementi che affiorano come un lascito finale nell’omelia del 2 febbraio 2013, quando formula tre inviti ai consacrati: compiere un pellegrinaggio interiore al primo amore che ha motivato la scelta per Cristo; riconoscere nella debolezza e nella kenosi l’annuncio della vittoria pasquale; essere testimoni del futuro escatologico, dell’ansia di vedere il volto di Gesù.

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Rivista mensile di informazione, spiritualità e vita consacrata, edita dal Centro editoriale dehoniano di Bologna (Italia).

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