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Giugno 2013

Tra i poveri di Bozoum

La testimonianza di padre Aurelio Gazzera, missionario a Bozoum, una cittadina di 25mila abitanti a 400 km da Bangui

Patrizia Caiffa - SIR

La gente di Bozoum lo chiama “l’uomo che ha piegato i fucili ai ribelli”. Non ha paura di affrontare gli uomini della coalizione Seleka, armati fino ai denti, se c’è da liberare un parrocchiano arrestato ingiustamente. Perché, dopo il golpe del 24 marzo nella Repubblica Centrafricana, i ribelli continuano a fare – come dice parafrasando un noto motto – “il brutto e il brutto tempo”. Padre Aurelio Gazzera, 51 anni, di Cuneo, è un missionario dei Carmelitani Scalzi. Dal 1992 vive in Centrafrica, dal 2003 dirige una missione a Bozoum (che è anche il nome del suo blog), una cittadina di 25 mila abitanti a 400 km da Bangui. Nella sua missione ci sono scuole, un dispensario, cooperative agricole, una cassa di risparmio e un centro con 200 bambini, orfani di malati di Aids. A distanza di due mesi dal colpo di Stato, con 300 vittime, saccheggi e violazioni dei diritti umani, la situazione nel Paese non migliora. “Non c’è niente che funzioni a livello di amministrazione – denuncia al Sir -, non ci sono forze dell’ordine, continuano gli abusi, le scuole statali sono ancora tutte chiuse”.

I ribelli usano la forza in maniera arbitraria. La popolazione è molto impaurita?
“Sì c’è sempre paura che succeda qualcosa. La gente si muove poco. Continuano i furti, soprattutto di mucche. Qui ci sono stati tanti colpi di Stato: duravano un paio di giorni poi la situazione si normalizzava. Stavolta è diverso. Da due mesi non si vede nessun miglioramento. La settimana scorsa hanno torturato una persona, poi hanno arrestato un nostro parrocchiano che lavora alla Caritas. Quando sono andato a parlare con i ribelli per farlo rilasciare c’erano una decina di persone agli arresti. Psicologicamente è dura perché siamo indifesi. Possono fare quello che vogliono: pretendere soldi, picchiare o arrestare. Per entrare in città dobbiamo pagarli. Molti sono ciadiani o sudanesi, parlano solo arabo. È difficile dialogare, hanno un livello culturale bassissimo. È gente abituata a far la guerra, ad attaccare i più deboli. Noi cerchiamo di andare avanti, di aiutare la gente a capire cosa sta succedendo. Probabilmente dovremo abituarci ad un periodo in cui saranno in giro per il Paese e diventeranno dei banditi”.

Si parla di una possibile “islamizzazione” del Paese…
“Oggettivamente ci sono degli elementi che parlano di islamizzazione ma è bene che non si creino ulteriori problemi, in un Paese in cui non ci sono mai state tensioni tra religioni. È oggettivo che nel governo più della metà dei ministri sono musulmani, nonostante tra la popolazione non arrivino al 15%. Il presidente continua a smentire e a dire che la priorità è la sicurezza, però non è molto credibile perché non è stato fatto niente. Bisogna essere cauti perché c’è il rischio della reazione contraria, che potrebbe essere molto pericolosa. Già qualcuno comincia ad aizzare contro i musulmani. A Bangui devono proteggere chi va a pregare nella moschea. Questo non è bello. È anche il frutto di scelte sbagliate, di problemi creati dai ribelli e da molti musulmani che hanno approfittato della situazione. Ma non dobbiamo esasperare i toni”.

Lei invita a non creare maggiori tensioni tra religioni. Ci sono iniziative?
“È importante avere molto rispetto per le comunità musulmane in città, per non innescare una reazione contro l’islam. L’arcidiocesi di Bangui inizierà una serie di incontri formativi rivolti alle autorità di diverse religioni, per aiutare chi è chiamato a fare opera di mediazione con i ribelli. Andrò anch’io. È già una risposta”.

Pensa ci siano interessi sullo sfruttamento delle risorse del Paese?
“Senz’altro. Il primo ministero creato è quello del petrolio, che prima non esisteva. Ci sono questioni sui diamanti: stanno tentando di bloccarne l’esportazione. Sembra che la Francia abbia dato il via libera ai ribelli per avere la tranquillità di agire in Mali. C’è poi l’ingerenza di Ciad e Sudan”.

E il contingente di 2mila militari africani che dovrebbe controllare il territorio?
“Ha un mandato molto limitato. Il 90% di queste missioni di pace in Africa non serve a niente, se non a lavare un po’ le coscienze di alcuni Paesi. Sono tutti a Bangui, dove la situazione è ancora più dura. Lì continuano a sparare giorno e notte. La gente è molto tesa e ci sono ancora dei morti”.

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