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Giugno 2013

“Uscire”, l’invito del papa e la missione del Pime

Il nuovo Superiore generale del PIME

P. Ferruccio Brambillasca è il nuovo superiore generale del Pime, eletto lo scorso 20 maggio durante l’Assemblea generale dell’istituto, tenutasi in Vaticano dal 5 al 29 maggio. L’Assemblea generale  aveva come tema: “Insieme a servizio della Chiesa, per proclamare oggi e ad extra la Fede”. Fra i temi affrontati vi è la sempre maggiore presenza di membri non italiani (brasiliani, indiani, africani,…) nell’istituto; lo slancio verso l’ad gentes; la formazione; la comunione  e l’economia in questo periodo di crisi.

P. Brambillasca, nato Monza (MB), l’11 giugno 1964, era il superiore regionale del Giappone, dove ha vissuto dal 1998. Laureato in teologia dogmatica a Napoli, è sacerdote da 24 anni. Ha passato alcuni anni come formatore in Italia, a Ducenta (1989-1993) e in India come formatore nel seminario di Pune (India) . A poche settimane dal giuramento a superiore generale, p. Brambillasca, spiega  la sua nuova situazione.

Come è il Pime visto da superiore generale e come è la missione dell’istituto visto dalla tua nuova posizione. Cosa ti ha colpito nell’Assemblea generale appena conclusa?

Mi ha colpito la partecipazione di tutti. È stata un’assemblea molto bella, con un bel clima. Tutti i membri vi hanno partecipato dando il loro contributo. È stata una partecipazione molto attiva, per nulla passiva.

La seconda cosa: è stata un’assemblea internazionale, non solo nelle facce, ma anche nelle idee. Il Pime da tempo ha membri di altre nazioni. Ma pochi anni fa, partecipando alla precedente Assemblea generale (AG), ho avuto l’impressione che ci fosse troppa problematica e mentalità italiane.  Questa è stata un’assemblea internazionale, che riflette il lavoro del Pime adesso: lavorare per l’internazionalità.

Cosa ci aspetta e quali sono le nuove prospettive? Siamo ancora un po’ acerbi come direzione generale (DG) e dobbiamo ancora rifletterci, ma dall’AG è emersa la voglia di rinnovare il nostro istituto. Non perché esso sia stanco o vecchio: il carisma del Pime, la missione ad gentes, rimane, ma proprio perché vi sono nuovi membri da altre nazioni, occorre che essi assorbano dalla nostra testimonianza questo carisma. Il nostro lavoro come DG è infondere questo carisma sulle nuove generazioni, soprattutto quelle che non hanno vissuto in Italia. È quasi un passaggio di consegne, un trasmettere uno spirito. Mi ha molto colpito  quanto il card. Joao Braz de Aviz ha detto incontrandoci l’ultimo giorno di assemblea. “È importante – ha detto – per ogni istituto non mantenere le strutture, ma mantenere il carisma”. Tutti sono stati colpiti da questa affermazione  e penso che per tutti i membri dell’istituto è venuto il tempo di lavorare in questo senso: è il progetto di questi anni. Non tanto lavorare sulle strutture, sulle opere, sull’economia, pur importanti, ma mantenere vivo il carisma, ravvivando l’identità missionaria. Forse l’internazionalità ci ha assorbito così tanto da alleggerire la nostra identità. Il carisma del Pime, ad gentes, è un carisma molto attuale: se la Chiesa lo perdesse, perderebbe slancio e vivacità.

Papa Francesco continua a sottolineare che i cristiani devono “uscire e andare nelle periferie geografiche ed esistenziali”.

Questo fatto dell’uscire è molto importante ovunque, anche in Giappone, dove sono stato missionario per 15 anni. Anche le Chiese dove lavoriamo, talvolta fanno fatica a incontrare un’altra cultura, a uscire dalle proprie strutture e quindi rallentano lo slancio missionario. Il nostro lavoro è di aiutare le Chiese non solo d’Italia, ma anche di missione a diventare più evangelizzatrici. Ormai è l’epoca in cui non siamo più solo servitori della Chiesa locale, ma animatori del suo slancio missionario, aiutandola a non preoccuparsi troppo delle strutture, dell’amministrazione, dell’economia.

In diverse Chiese dell’Asia si nota questa sfasatura e  anche noi del Pime rischiamo di rinchiudere il nostro carisma nel fondare la chiesa, costruire edifici, organizzare la parrocchia. Invece dobbiamo aiutare le Chiese a divenire sempre più missionarie.

Il Pime è sempre al servizio della Chiesa locale, ma in tutti questi posti esso trascina la Chiesa negli avamposti della missione, nell’uscire di cui ci dice papa Francesco. Questo è un lavoro appena agli inizi, ma è sempre più urgente: è uno dei fini del nostro istituto.

Un esempio?

Come superiore Pime in Giappone ho partecipato talvolta agli incontri della Conferenza episcopale giapponese come osservatore. È interessante il fatto che l’ordine del giorno di questi incontri è come far funzionare le strutture, come affrontare i problemi economici, come organizzare la vita. Ma non si parla dell’evangelizzazione, di come avvicinare i non cristiani, della catechesi. Se una Chiesa annega nel problema delle strutture, perde slancio. Certo, la cultura giapponese dà molto risalto all’efficienza e quindi rivedere di continuo il funzionamento delle strutture è necessario. Ma non basta.

Anche nel lavoro pastorale, nelle nostre parrocchie, si organizza, si edificano strutture efficienti, ma  questo non può bastare, non ci si può fermare. Come annunciare il Vangelo ai non cristiani, come rinnovare la catechesi, come annunciare il Vangelo a chi non viene in chiesa. Non è un giudizio questo: è una questione di mentalità che è diffusa in Asia, in cui la preoccupazione delle strutture rischia di uccidere l’anima del Vangelo.

Tutto questo non è un problema culturale, ma si un modo di vedere la Chiesa, più preoccupato delle cose da far andare bene. Ai miei cristiani giapponesi, spesso dico che troppo spesso noi vediamo la Chiesa come una fabbrica, dove c’è il manager, che è il parroco e i capi settori che sono i parrocchiani. Tutti lavorano come dirigenti tendendo al buon funzionamento dell’organizzazione, ma si perde di vista il punto di vista dell’annuncio del Vangelo.

D’altro canto, vedo che i giovani giapponesi cattolici sono portati ad “uscire”: partecipano alle Giornate mondiali della gioventù, a gruppi di volontariato,  ecc… I più anziani rimangono più chiusi. Noi dobbiamo aiutare questi giovani e coltivare questo slancio. Nelle Chiese asiatiche è  importante valorizzare il contributo dei giovani. La gioventù asiatica è una forza immane: il 50% della popolazione del continente è al di sotto dei 25 anni.

Questa AG del Pime è avvenuta nell’Anno della Fede, in cui siamo invitati a rimettere al centro la fede, l’incontro con Gesù, e non le strutture. Come è stato vissuto in Giappone questo Anno?

L’Anno della Fede è stato ben accolto e ha portato anche buoni frutti. Ad esempio, molti giapponesi hanno riscoperto e letto il Catechismo della Chiesa cattolica.  Non tutti i giapponesi lo avevano letto. Per loro avvicinarsi a un testo prodotto in occidente può essere difficile, non tanto per la traduzione, ma per la struttura di pensiero. Grazie a molti sacerdoti che hanno riletto il Catechismo insieme ai loro fedeli, questi hanno riscoperto il catechismo e questo è importante perché la fede ha bisogno di approfondimenti e di motivazioni.

È stato importante ascoltare i vescovi nel preparare l’Anno della Fede. Alcuni hanno sottolineato che era fondamentale capire l’importanza della fede nella nostra vita, soprattutto in questo periodo in cui vi sono molti suicidi, vi sono molte sofferenze, la questione del post-terremoto (“Come mai Dio permette tanto dolore?”)… In tutto questo cosa significa avere fede?  Per i vescovi è importante rispondere a queste domande e aiutare gli altri a comprendere le risposte. In questo modo si lega la fede alla vita di tutti i giorni: la fede non è solo qualcosa di imparato sui libri, o una cosa teorica, ma un fatto che influenza la vita, che si percepisce, si sente nella vita.

Il Giappone, anche se è una società avanzata, è segnata in modo molto forte dal dolore: i suicidi, il dopo-terremoto, ma anche la crisi economica che soffoca molte persone. Che senso ha la fede in tutto questo dolore che la società giapponese sta vivendo? L’Anno della fede ci serve a comprendere che la Chiesa è chiamata a dare le risposte attraverso la fede.

 La tua missione in Giappone…

Io sono arrivato in Giappone nel 1998,dopo aver lavorato per 4 anni nel seminario di Ducenta e altri 4 nel seminario di Pune (India). Nei primi due anni ho appreso la lingua; poi sono stato messo affianco a un sacerdote giapponese in una parrocchia. Poi sono diventato parroco in una parrocchia di periferia, la Choshi, dedicata a Cristo Redentore,dove vi era una piccola comunità mista di 10-15 giapponesi e 20 filippini. Dopo tre anni mi hanno trasferito in città come parroco di una grossa parrocchia con 2mila cristiani, la Seiji, dedicata a san Giuda Taddeo. Avevo perfino un coadiutore, prima birmano, poi giapponese. Per me, che avevo sempre lavorato nel campo dell’educazione, questo è stato il mio primo lavoro pastorale e devo dire che è stato entusiasmante. Purtroppo, dopo tre anni ancora, sono stato eletto superiore regionale e questo è stato un colpo gobbo al mio lavoro di pastore. L’ho accolto come una chiamata del Cielo: in un attimo sono passato da una parrocchia con 2mila cristiani a una casa regionale in cui ero solo! Le strutture in Giappone non sono come, che so… in Africa, dove tutti i giorni c’è qualcuno. Nel Sol levante, se c’è la parrocchia, la gente viene, ma in una casa di religiosi o di un istituto missionario, non viene quasi mai nessuno: poche telefonate, poche visite, quasi un monastero di clausura. Bisogna tener presente poi che i giapponesi sono molto ma molto discreti…

Dopo un po’ ho apprezzato anche questo mio lavoro di superiore regionale: far visita ai padri, ai confratelli malati, o anziani riscoprendo il senso di famiglia del Pime. Io devo ringraziare davvero Dio perché ho scoperto questa unità e dei bei rapporti. Ho avuto una comunità che mi ha molto aiutato. Ho ricevuto molto da loro.

Un altro lavoro che è nato in questi anni è l’invito a predicare e a fare lezioni nelle scuole. Da ultimo, ho avuto l’incarico di insegnante di cristianesimo nell’università cattolica Junshin a Tokyo. Questa università non è grandissima, è tenuta da alcune suore. Ma è molto importante perché gli studenti sono in massima parte non cristiani. Ed è esaltante poter insegnare la nostra fede a dei giovani non cristiani. Questo mi ha aiutato a entrare in un campo che di solito è difficile da avvicinare.

Mi ricordo che dopo la prima lezione, si avvicinano quattro studenti. Pensavo volessero delle spiegazioni sulla lezione, oppure che volessero iniziare a studiare la Bibbia, o cose del genere. Invece mi chiedono: ” Professore, lei guarda i teleromanzi giapponesi che riguardano la gioventù giapponese?” Quasi a dire ” Lei è attento alle nostre problematiche?”. Una vera lezione per me e per tutti i missionari : essere attenti alla problematiche del Paese dove lavoriamo per conoscere e amare questo Paese. La nostra missione penso che debba iniziare così , conoscere ed entrare in amicizia con il popolo a cui siamo mandati per essere dei veri segni profetici.

In parrocchia uno non ha tempo o ha rapporti con persone più o meno vicine; nell’università ho potuto avvicinare un mondo non cristiano per annunciare il Vangelo. Avevo 40-50 studenti e i cattolici erano uno o due.

Qui torna ancora l’invito di papa Francesco a “uscire”: dobbiamo avere il coraggio di uscire dalle nostre strutture per incontrare chi cerca Gesù Cristo nel mondo.

I giapponesi sono interessati al cristianesimo?  Come mai un giapponese si converte alla fede?

Vi sono diversi motivi che spingono un giapponese ad abbracciare la fede cristiana: l’incontro con un amico cristiano; l’incontro con un sacerdote; un viaggio in Italia; l’incontro attraverso lo studio della bibbia… Altri, avendo i genitori cristiani, seguono la testimonianza dei loro genitori. Ma la scoperta che ho fatto stando in parrocchia, è che essi scoprono nel cristianesimo una risposta alle loro domande. Ad esempio: molti divengono cristiani dopo aver partecipato a un funerale cattolico. Magari uno è sposato a una moglie cattolica, che muore. Partecipando al funerale, essi trovano una risposta al senso della morte e della vita. Noi sacerdoti prepariamo con molta cura i funerali e le omelie perché sono un’occasione di annuncio. Nella mia parrocchia sono in molti ad avere fatto questo percorso. Questa non è una cosa meccanica: la morte della persona cara ha posto loro domande sul senso della vita, se c’è vita dopo la morte, se vi è speranza, ecc… E hanno trovato la risposta nel cristianesimo. In genere, le altre religioni come shintoismo e buddismo non danno una risposta al dolore.

Anche i matrimoni sono occasione di annuncio. In Giappone vi è perciò una grande domanda religiosa e un interesse verso il cristianesimo. Forse noi dovremmo avere più il coraggio di annunciare la fede. Va detto che se anche molti non si fanno cristiani, sono profondamente influenzati dal cristianesimo: molti leggono la bibbia, vengono a messa, vivono nella carità, ma per i loro legami familiari o per tradizione  non fanno il passo definitivo.

Certo, se si guardano le statistiche, vi sono più funerali che battesimi. Ma forse questo è anche nostra responsabilità: non è più il tempo di restare nella parrocchia, ma di uscire. In Brasile o in Africa la gente va in parrocchia; in Giappone tu devi uscire a incontrare i non cristiani: attraverso la scuola, l’università, i gruppi culturali, l’ospedale, la caritativa. Un nostro padre, ad esempio, d’accordo con il vescovo, ha lasciato la parrocchia e si è messo a lavorare in un centro di ascolto, incontrando i non cristiani nel loro ambiente.

P. Marco Villa da tre anni lavora in questo centro che risponde a un grosso problema presente in Giappone: la solitudine. Ci si sente abbandonati e si cerca qualcuno con cui parlare. Tre o quattro volte alla settimana, lui e i suoi volontari sono disponibili a incontrare chiunque viene a trovarli. Questo problema è sentito non solo nella Chiesa cattolica, ma in tutto il Paese. Vi sono molti centri di ascolto, come “telefono amico”, ma anche come punto di incontro, presenti perfino nelle stazioni ferroviarie. È una caritativa attraverso l’ascolto. È una cosa iniziale, ma vi sono già molti volontari. In Giappone non è importante l’aiuto materiale, ma l’aiuto all’ascolto.

Perché un giovane dovrebbe diventare missionario del Pime?

Penso che se il giovane vede un missionario entusiasta, contento della sua vocazione, allora diventa missionario del Pime. Io stesso ho deciso di far il missionario sentendo le avventure di p. Clemente Vismara. Non so la situazione dei giovani in Italia, dato che manco ormai da quasi 20 anni, ma trovo che testimoniare l’entusiasmo della propria vocazione, il desiderio di comunicare il Vangelo a tutti, porta anche molti giovani a seguire questo esempio.

Anche la testimonianza della povertà, della sobrietà nella gioia, ha un valore. Se noi del Pime siamo preoccupati delle nostre strutture, dei problemi interni, scadiamo di entusiasmo.

I media sono strumenti di evangelizzazione?

Parliamo anzitutto di AsiaNews. Ho iniziato a leggerla in Giappone, spinto anche dal mio confratello Pino Cazzaniga, che è corrispondente,  e ho visto che è apprezzata da molti, anche in nunziatura. È uno strumento che mi ha aiutato ad avere uno sguardo più aperto e universale sulle Chiese asiatiche. Il rischio di un missionario è quello di chiudersi nei problemi e nella vita della propria Chiesa. Più in generale, penso che i media siano un grande strumento di evangelizzazione. I media in Giappone, nella società e nella Chiesa, hanno una grande funzione: se curati e aiutati, sono un mezzo per penetrare in aree difficili come la Cina o altri Paesi per evangelizzare. I rapporti con i media, anche quelli laici, aiutano a comprendere la mentalità delle persone e fa intuire piste di evangelizzazione ancora inesplorate. La potenza dei media è di evangelizzare e plasmare le mentalità. Forse 50 anni fa questo problema non era sentito così urgente. Oggi i media sono uno strumento necessario per l’annuncio e per questo vanno sostenuti e curati. Anche noi come Pime dobbiamo far crescere alcune specializzazioni e senz’altro AsiaNews deve continuare.

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