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Dicembre 2013

Natale a Mar Musa

"Doveroso pronunciare una parola di speranza nella tenebra di questa notte, accendere una candela piuttosto di maledire il buio". Un grido per 'restituire la vita'

Sono trascorsi più di quattro mesi (29 luglio 2013) dal rapimento di p. Paolo Dall’Oglio, il gesuita romano fondatore della comunità monastica di Mar Musa a nord di Damasco ed impegnato a promuovere il dialogo islamo-cristiano da oltre trent’anni.

Ad oggi non si sa ancora nulla, e da più parti sembrerebbe che sia stato rapito da qaedisti membri dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante (Isil).

La redazione di Sirialibano.com scrive: «Da prima del 2011 Padre Paolo era diventato un personaggio non gradito al regime, che in quell’inizio d’estate del 2012 considerò colma la misura: quella sua lettera aperta ed esplicita sosteneva – dall’interno della Siria! – il piano Onu: questo avrebbe di fatto consentito a milioni di siriani di scendere in strada a manifestare pacificamente senza il timore di essere uccisi e sotto i riflettori della stampa internazionale».

«Padre Paolo era stato di fatto espulso dal regime del presidente Bashar al Asad nel giugno 2012, dopo che in una sua ormai celebre Lettera aperta a Kofi Annan, allora inviato speciale Onu per la Siria, aveva chiesto esplicitamente l’arrivo nel Paese di decine di migliaia di esponenti non violenti della società civile, l’ingresso e la libera circolazione per giornalisti locali e stranieri e la protezione delle comunità locali da parte di caschi blu».

Come ogni anno la comunità di Mar Musa scrive una lettera di Natale agli amici. Questo natale è molto diverso. Nella lettera di quest’anno essi scrivono: «La tradizionale lettera alla quale siete abituati non vi è più giunta da tre anni per ragioni ogni volta diverse, sostituita, secondo le situazioni, da vari articoli e appelli. Tuttavia ci è parso quest’anno opportuno e perfino doveroso di pronunciare una parola di speranza nella tenebra di questa notte, di accendere una candela piuttosto di maledire il buio. Proprio in queste situazioni difficili per le quali passa la nostra amata Siria, terra del primo alfabeto, terra del pluralismo culturale, religioso ed etnico, vogliamo suonare le campane di tutte le speranze. Nonostante scorra tanto sangue sul suolo patrio, sangue dei suoi figli e figlie e lacrime delle sue madri, intendiamo gridare per mettere in fuga la morte e restituire la vita».

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