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Gennaio 2014

Vogliamo restare qui

L'appello delle Chiese cristiane, missionari in prima fila in una terra segnata da lotte politiche ed economiche

Sempre più grave è la situazione sociale e politica del Sud Sudan. Ciò che si sta verificando è un violento scontro che – a detta dei leader delle chiese cristiane – non ha ragioni etniche ma politiche. In una accorata lettera scritta nel mese di dicembre i vescovi condannano e correggono le dichiarazioni dei media secondo i quali il conflitto sarebbe tra due etnie: i Dinka alla quale appartiene l’attuale presidente Salva Kiir eletto nel 2011 e i Nuer alla quale appartiene il capo dei ribelli Riek Machar ex vicepresidente del Sud Sudan. Di diverso avviso è Petrus De Kock analista di questioni strategiche intervistato da Misna, secondo il quale l’alleanza con l’Uganda con i quali il presidente attuale intrattiene forti legami economici-commerciali e rapporti culturali intende portare ad una ‘grande battaglia’ per il controllo di importanti risorse naturali molte delle quali si trovano dove vive la popolazione dei Nuer.

I missionari in questa situazione cercano di capire il da farsi ma anche dare speranza. Scrive p. Raimundo missionario comboniano di origine brasiliano che vive con altre suore comboniane in una intervista a Vatican Insider: «Essere qui in questo momento particolare della storia, lontano dalla mia terra natale, il Brasile, dalla mia famiglia e in situazione di guerra… mi fa sentire al posto giusto, come missionario. Io ho paura di subire violenza o di un attacco, ma voglio restare qui. E non solo perché mi chiamano ‘baba’, papà, ma soprattutto perché mi sentono come un loro fratello. Stare qui con la gente significa dare loro speranza, non importano i rischi che corriamo» .

Non mancano le iniziative di preghiera riproducendo in piccolo ciò che papa Francesco ha fatto nel settembre scorso per la Siria. Il vescovo Barani Eduardo Hiiboro Kussala ha indetto per la sua diocesi di Tombura-Yambio un lungo ed intenso periodo di preghiera e digiuno della durata di 21 giorni per la pace. Iniziativa che potrebbe essere ripetuta a che altrove.

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