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Marzo 2014

Sessualmente neutri?

La rivista Testimoni nel prossimo numero di aprile, pone l'attenzione su una delle questioni più dibattute oggi

La “teoria di genere” costituisce oggi l’attacco culturale e giuridico più consistente rispetto alla vita familiare a alla relazione sponsale. In un contesto economico-sociale che mette sotto pressione le famiglie, negare l’esistenza di qualsiasi differenza sessuale al di fuori della costruzione culturale significa destabilizzare non solo il nucleo familiare, ma la stessa identità personale. Non è improbabile che la questione investa in futuro la stessa vita religiosa nella sua declinazione maschile e femminile.

«Il nucleo centrale di questa ideologia è il “dogma” pseudoscientifico secondo il quale l’essere umano nasce sessualmente neutro. A partire da questa affermazione (si sostiene) una separazione assoluta fra il sesso e il genere. Il genere non avrebbe alcuna base biologica, perché sarebbe una mera costruzione culturale» (i vescovi spagnoli in Regno-doc. 1,2013,40). Il sesso (maschile e femminile) inteso come dato biologico non configurerebbe la persona, che invece assumerebbe la sua identità di genere sul versante sociale e culturale. Conseguentemente la sessualità non è un destino, non è un dato biologico legato alla forma del corpo, ma è una scelta, un risultato storico, una opzione in mano ai singoli. Fra le polarità maschile e femminile si sviluppano innumerevoli punti intermedi che legittimano innumerevoli identità. Fra il resto, non stabili, ma sempre ridiscutibili e ridefinibili. L’identità sessuale del singolo può variare nel corso della sua vita sia in un senso come nel suo opposto. Senza identità stabile non ha alcuno spazio né la dualità sessuale, né l’amore fecondo (con la relativa responsabilità di cura), né il contratto sociale del matrimonio, né la pretesa di fedeltà. La forza della teoria di genere è nel mostrare i tratti storici e condizionati delle forme dell’esercizio e dell’identità sessuale. La sua pretesa ultimativa non è quasi mai enunciata, ma è comunque attiva in molte battaglie ideologico-giuridiche (parità tra tutti i modelli familiari, legittimità del transessualismo, trasformazione dei diritti individuali come il passaggio fra aborto depenalizzato e aborto-diritto).

La sua origine, “gli studi di genere”, si colloca sul versante femminista ed era motivata dalla condivisibile necessità di non sottostimare la dimensione sociale che dà accesso all’identità sessuale. Ma questo dato di partenza originale si è radicalizzato in una visione volta a ridurre la dimensione simbolica della sessualità a puro gioco normativo. Una parte delle militanti della prima ora insistono ancora sulla differenza femminile, mentre le loro eredi rifiutano la differenza sessuale come un elemento inevitabilmente connesso con l’esercizio del potere (maschile) e quindi da destrutturare e ridefinire (cf. J. Arenes in Regno-doc. 11,2007,377). Nelle sue forme più radicali per la teoria di genere il travestito è la verità di tutti, l’immagine effettiva della cangiante identità di ciascuno. Tutti noi non facciamo che travestirci, ed è il gioco del travestito a farcelo capire. Il sesso biologico quanto il genere (storico-civile) sono un prodotto sociale. Il concetto di natura non viene formalmente negato, ma ignorato e considerato non operativo.

Questa corrente di idee è apparsa sul proscenio mondiale in occasione della Conferenza ONU di Pechino (1995) e già allora la Santa Sede in una dichiarazione pubblica dissentiva da una interpretazione della identità sessuale adattabile indefinitamente, come anche da un determinismo biologico incapace di alimentare le legittime richieste di riscatto e di libertà per le donne (cf. Regno-att. 18,1995,554). Della teoria di genere si trova traccia evidente anche nel discusso rapporto del Comitato ONU verso la Santa Sede circa i diritti dei bambini (cf. Settimana 7/2014 p.1).

La forza della teoria di genere non sta tanto nel pensiero, ma nella funzionalità alla cultura civile della globalizzazione occidentale, a quello che si potrebbe chiamare il capitalismo tecno-nichilista, cioè un modello di accumulazione economica che, in questa fase storica, fa dipendere la crescita sempre più direttamente dalla capacità di innovazione tecnica e che, di conseguenza necessità di una cultura nichilista (cioè non resistente) per disporre liberamente di qualsiasi significato in modo da non avere ostacoli di sorta al suo pieno dispiegamento. Una spirale nichilista che non ha l’aspetto aggressivo, ma quello sorridente di chi smonta e sminuisce il patrimonio simbolico senza mai farsi carsi carico di alimentarlo.

«Nel momento in cui le donne rassomigliano sempre più agli uomini e gli uomini alle donne ci si può domandare se i dinamismi narcisistici, omosessuali e infantili di onnipotenza che è necessario rapire all’altro (parlo in quanto donna) non abbiano investito in molti aspetti la vita consacrata. Ora uno dei problemi più difficili per la Chiesa di domani non sarà la questione del ruolo delle donne, ma quella del posto ancora lasciato agli uomini per essere se stessi secondo Dio». «Per essere come l’uomo la donna impone così all’uomo di essere meno che se stesso. E l’uomo, per una sorta di affezione al contrario, dona alla donna di accedere con lui al mondo narcisistico ove ciascuno rende l’altro infecondo a forza di rassomigliargli». «Ora tocca alla donna di ridonare l’uomo a se stesso rendendolo sposo e padre, come tocca all’uomo di ridare la donna a se stessa nell’amore e nella maternità» (sr N. Hausman). (L. Pr.)

 

 

 

 

 

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Rivista mensile di informazione, spiritualità e vita consacrata, edita dal Centro editoriale dehoniano di Bologna (Italia).

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