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Ottobre 2015

Bellezza e Missione

L’Instrumentum laboris del sinodo sulla famiglia raccoglie molte e belle conferme, qualche incertezza e una assenza. Le conferme riguardano l’insieme, l’incertezza verte su alcuni numeri, l’assenza è quella del mancato rapporto fra vocazione matrimoniale e vocazione religiosa

Molte e belle conferme, qualche incertezza e una assenza: è l’impressione dopo la lettura dell’Instrumentum laboris del prossimo sinodo dei vescovi (Roma, 5-29 ottobre 2015) su «La vocazione e la missione della famiglia nella chiesa e nel mondo contemporaneo» (Regno-doc. 24,2015,10). Le conferme riguardano l’insieme, l’incertezza verte su alcuni numeri (come il 119 relativo ai divorziati risposati), l’assenza è quella del mancato rapporto fra vocazione matrimoniale e vocazione religiosa.

Il modello familiare è esploso in molti rivoli e le società occidentali sono sottoposte a forti pressioni per legittimare ogni tipo di comportamento e limare la specificità dell’istituzione matrimoniale. Il referendum irlandese che ha legittimato le nozze gay (22 maggio), il voto positivo del Parlamento europeo sulle famiglie omosessuali (9 giugno), la sentenza della Corte suprema degli Stati Uniti che amplia a tutti gli stati la legittimazione delle nozze omosessuali (26 giugno), ma anche la manifestazione romana contro l’attacco alla famiglia (20 giugno): sono tutti segnali che concentrano l’attenzione sul tema familiare. Dove, sovente, manca ciò che il vissuto della gente comune reclama a gran voce: la valorizzazione e il sostegno all’esperienza affettiva, formativa, istituzionale, civile ed economica che è racchiusa nel termine famiglia. Come ha notato M. Gronchi: «Le questioni teologiche, giuridiche e morali non costituiscono – per la gran parte dei fedeli – il prioritario motivo di attenzione, quanto piuttosto la valorizzazione del legame sacramentale dal quale, per un uomo e una donna che si amano e desiderano realizzare un progetto comune, scaturisce la compagine familiare, risorsa per l’intera società umana» (cf. Regno-att. 6,2015,374).

Proporre la famiglia

L’Instrumentum laboris per il sinodo dei vescovi sulla famiglia partecipa della «diversità» del processo sinodale avviato l’anno scorso (Roma, 5-19 ottobre 2014). La differenza nasce dal fatto che il testo finale del sinodo dell’anno scorso (Relatio finalis), discusso e approvato (eccetto tre numeri) dall’assemblea, è stato proposto come «Lineamenta» per il sinodo di quest’anno. L’attuale Instrumentum non è quindi la rielaborazione libera dei materiali finora prodotti, ma il lavoro su un testo già approvato e quindi da rispettare. I numerosissimi contributi arrivati – il numero più alto fra tutti i sinodi – sono stati elaborati a completamento del testo. Concretamente rimane integra la Relatio finalis, composta di 62 numeri, e vengono aggiunti sui singoli paragrafi – in un corpo tipografico diverso – quanto suggerito dalle risposte dei vescovi, dalle osservazioni dei fedeli e dai contributi dei centri di ricerca. I numeri passano così da 62 a 147, distribuiti in tre parti: l’ascolto delle sfide della famiglia; il discernimento della vocazione familiare; la missione della famiglia oggi.

L’attuale Instrumentum si comprende se lo si mette in relazione ai documenti maggiori prodotti dal sinodo precedente: la relazione introduttiva, la relazione prima della discussione, la Relatio finalis. Come aveva fatto notare A. Grillo su Settimana (37/2014 p. 1) non vi è una significativa differenze nei contenuti sul tema famiglia, ma un altro tono nell’approccio, nel linguaggio e nello stile. Uno sguardo diverso che non pone una distanza fra il Signore Gesù e la storia contingente, che libera dall’integralismo e dal massimalismo e permette «alla Chiesa di riscoprire la pedagogia della gradualità e la pazienza del confronto». Un evento di linguaggio che della famiglia attuale apprezza più i valori che i limiti e le mancanze; un evento di stile che ha ridato libera parola agli attori nel sinodo (vescovi) e ai molti che hanno voluto dare il proprio contributo.

Tre parti

Non vi sono nei testi recenti introdotti nell’Instrumentum novità di rilievo, ma la conferma dei contenuti precedenti, l’allargamento di alcuni orizzonti e la continuità di linguaggio e di stile. Per quanto riguarda l’introduzione (i primi 5 numeri) non vi è alcun significativo cambiamento. L’arricchimento maggiore riguarda la prima e la seconda parte. Assai meno pronunciato nella terza. Nella prima parte (l’ascolto delle sfide sulla famiglia) si amplia significativamente la recensione del contesto socio-culturale con i relativi cambiamenti antropologici, culturali, sociali ed economici. La serena ammissione di essere minoranza non impedisce di riconoscere gli elementi positivi del clima generale, né di stigmatizzare ciò che penalizza la vita familiare e lo sviluppo personale. In particolare la facilità con cui si rendono «invisibili» le esclusioni sociali e le diseguaglianze economiche. Appare il riferimento all’«ecologia integrale» suggerita dalla nuova enciclica Laudato si’. Nuovi sono anche gli sviluppi legati ai nonni, ai disabili, ai migranti, alle donne e alla bioetica. Su quest’ultimo aspetto si registra l’avvenuta divaricazione fra relazione sessuale e atto generativo: «vita umana e genitorialità sono divenute realtà componibili e scomponibili, soggette prevalentemente ai desideri di singoli e di coppie, non necessariamente eterosessuali e regolarmente coniugate. Questo fenomeno si è presentato negli ultimi tempi come una novità assoluta sulla scena dell’umanità e sta acquistando una sempre maggiore diffusione» (n. 34).

Nella seconda parte (Il discernimento della vocazione familiare) prende maggiore spazio il riferimento alla pratica della lectio divina per capire lo sguardo di Gesù sulla storia umana, come anche la conferma in ordine all’indissolubilità, ai compiti missionari, alla pratica delle virtù, alla sofferenza legata alle separazioni. Sui matrimoni «naturali», cioè non sacramentali, si dice: «Anche nel caso in cui la maturazione della decisione di giungere al matrimonio sacramentale da parte di conviventi o sposati civilmente sia ancora ad uno stato virtuale, incipiente o di graduale approssimazione, si chiede che la Chiesa non si sottragga al compito di incoraggiare e sostenere questo sviluppo» (n. 57). L’insistita valorizzazione della bellezza della famiglia cristiana vale sia all’esterno che all’interno della Chiesa: «la Chiesa è un bene per la famiglia, la famiglia è un bene per la Chiesa» (n. 59).

Nella terza parte (La missione della famiglia oggi) vengono sottolineati alcuni elementi problematici come i conflitti, i matrimoni misti (di diversa religione) e le legislazioni dai tratti anti-cristiani davanti alle quali si può arrivare all’obiezione di coscienza (n. 86). Ma si insiste sulla preparazione al matrimonio, sull’opportunità di dare vita a gruppi familiari, sulla centralità della grazia sacramentale. Tre delle proposizioni della Relatio finalis (52, 53, 55) riguardanti i divorziati risposati e gli omosessuali non avevano ottenuto i due terzi dei consensi. La materia viene riproposta senza forzature. «Fermi restando i suggerimenti di Familiaris consortio 84, vanno ripensate le forme di esclusione attualmente praticate nel campo liturgico-pastorale, in quello educativo e in quello caritativo. Dal momento che questi fedeli non sono fuori della Chiesa, si propone di riflettere sull’opportunità di far cadere queste esclusioni» (n. 121). «C’è un comune accordo sulla ipotesi di un itinerario di riconciliazione o via penitenziale sotto l’autorità del vescovo, per i fedeli divorziati risposati civilmente che si trovano in condizioni di convivenza irreversibile» (n. 123).

Alcuni punti critici

Una qualche incertezza è visibile nei testi più discussi e divisivi del sinodo del 2014. Ne è un esempio, come segnala A. Grillo, il n. 119: «Si inizia col ricordare che la comunità ecclesiale deve camminare verso una maggiore integrazione delle famiglie ferite, ma poi si resta assolutamente immobili secondo le previsioni di Familiaris consortio n. 84, elevando il criterio dello scandalo a guida della soluzione». Per quanto riguarda l’omosessualità si ribadisce «che ogni persona, indipendentemente dalla propria tendenza sessuale, va rispettata nella sua dignità e accolta con sensibilità e delicatezza, sia nella Chiesa che nella società» (n. 131). Assai più esplicita era stata la relazione dopo la discussione nel 2014: «Le persone omosessuali hanno doti e qualità da offrire alla comunità cristiana: siamo in grado di accogliere queste persone garantendo loro uno spazio di fraternità nelle nostre comunità?… Senza negare le problematiche morali connesse alle unioni omosessuali si prende atto che vi sono casi in cui il mutuo sostegno fino al sacrificio costituisce un appoggio prezioso per la vita del partner» (cf.Regno-doc. 19,2014,618).

I temi della famiglia come vocazione, dell’apertura alla vita in tutta la sua estensione temporale e della non delegabile funzione educativa dei genitori e degli adulti aprono alla considerazione sulle parole più insistite all’interno dell’Instrumentum. Nell’ambito critico ricorrono con frequenza termini come paura, individualismo, differenza sessuale, esclusione, scoraggiamento ecc. Più frequenti le parole positive: speranza, bellezza, gioia, tenerezza, grazia, comunicazione, misericordia, accoglienza, perdono.

L’assenza a cui si alludeva all’inizio è quella del parallelismo fra le due vocazioni: famiglia e vita consacrata. La progressiva riduzione anche sociologica dell’istituto e del sacramento matrimoniale e le forti pressioni culturali in ordine alla loro delegittimazione rendono urgente la valorizzazione reciproca delle due vie della radicalità cristiana. È ormai archiviato lo schema antico che vedeva la preminenza della consacrazione sulla famiglia. La radicalità vale per ambedue. Ambedue sono oggi sotto pressione. L’a-vocazionalità della condizione culturale attuale delegittima le scelte in un senso come nell’altro. In ambedue i casi i fallimenti e gli abbandoni sembrano tanto incomprensibili quanto sistematici. In positivo le due vocazioni indicano il «già e non ancora» della fede, come si è espresso il sinodo sulla nuova evangelizzazione (cf. Regno-doc. 19,2012,587). Riconoscere il celibato religioso pubblicamente scelto e riconosciuto significa rafforzare il matrimonio, non come obbligo, ma come scelta. Inoltre tutte le recenti fondazioni e numerose sperimentazioni anche delle famiglie religiose più antiche vanno in direzione di un organico rapporto con gruppi di famiglie e di laici che trovano nel loro carisma alimento per la propria vocazione. La moltiplicazione dei modelli familiari trova nelle famiglie una comprensione a partire dal riconoscere quel tanto di amore che in essi vive e, da parte della vita consacrata a comprendere ciò che di buono c’è anche in relazioni che rifuggono da una istituzionalizzazione non avvertita o sentita come impropria (cf. Testimoni 4/2014 p. 1; 1/2015 p. 1).

Difficile anticipare l’esito del dibattito che si produrrà nell’assemblea sinodale. Una figura autorevole della segreteria sinodale schizzava in questo modo gli schieramenti: un 50% favorevole ad aperture pastorali anche coraggiose; un 30% incerto; un 20% nettamente contrario. Si potrà arrivare ad un consenso significativo, come anche a una impasse su alcuni punti specifici. È probabile in ogni caso che dopo il sinodo si apra un «terzo tempo», l’anno della misericordia giubilare, al termine del quale una possibile esortazione post-sinodale potrà far maturare al meglio la coscienza pastorale della Chiesa nei confronti della famiglia.

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Rivista mensile di informazione, spiritualità e vita consacrata, edita dal Centro editoriale dehoniano di Bologna (Italia).

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