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Dicembre 2015

Misericordia è il cammino del cristiano

La misericordia non è una parola astratta, ma un volto da scoprire, riconoscere, contemplare e servire.

In occasione dell’anno giubilare, mons. Louis Raphael I Sako, Patriarca di Babilonia dei Caldei e presidente della Conferenza episcopale irakena, ha scritto una lettera pastorale. Essa è anche una testimonianza viva del martirio della chiesa irachena. E Una tenda come porta santa del giubileosarà aperta ad Erbil, la capitale del Kurdistan iracheno, dove dall’estate dello scorso anno è confluita la maggior parte dei 120.000 cristiani di Mosul e della Piana Ninive messi in fuga dall’avanzata dei miliziani del sedicente Stato islamico”. Riportiamo qui sotto la lettera pastorale.


La Chiesa caldea, che è una delle più antiche chiese cristiane, ha mantenuto la sua sobrietà lontano dal trionfalismo greco e la sua logica nel presentare la propria fede. La fede secondo la teologia caldea è un rapporto di amore, un rapporto mistico, talvolta sperimentato nel sangue (è rimasta Chiesa martire). Essa si esprime nella sua liturgia (giudaico-cristiana) attraverso la linea risurrezione, vita e rinnovamento (speranza) e nei testi dei padri che hanno cercato di aiutare i fedeli ad essere discepoli di Cristo nei dettagli della difficile vita quotidiana, con una fedeltà assoluta.

La teologia caldea si basa sulla grazia. La grazia è più grande del peccato. Non vi è alcun appello alla croce, alla sofferenza e alla mortificazione. Si tratta del Vangelo pieno di amore, misericordia, perdono, ammirazione e gioia. La Croce nelle chiese caldee è priva del corpo, come nella tomba vuota, simboleggiando così la risurrezione e guardando a Gesù risorto e glorificato, che si rivolge ai fedeli che vivono nelle difficoltà. Gesù è risorto e se saremo uniti a Lui, avremo la stessa sua sorte di risorto. Imitarlo significa ogni giorno prendere qualcosa da Lui e metterlo dentro di noi per essere incorporati e trasformati in Lui. Noi mortali uniti a Lui, l’Immortale, otterremo la vita eterna. Ciò infonde in noi grande speranza e dà coraggio. Questo cammino che penetra nel mistero pasquale è faticoso, è un cammino di perdita e guadagno, che alla fine conduce alla vita nuova.

La misericordia prende un grande spazio nella liturgia caldea. Essa è influenzata dai Salmi di misericordia e pietà. La misericordia crea un cambiamento positivo nel peccatore, gli dà fiducia e lo aiuta alla riconciliazione con Dio e con gli altri membri della comunità. In arabo la parola “rahim-rahma” significa il grembo che accoglie la vita (i bambini). Così è il nostro Dio misericordioso, che ci accoglie come suoi figli con amore e tenerezza. Anche i nostri fratelli musulmani, come noi cristiani, invocano Dio misericordioso. Gesù nel Vangelo ci invita dicendo: “Siate misericordiosi, come misericordioso è il vostro Padre celeste”.

San Isacco di Ninive, un padre spirituale della nostra terra, vissuto nel VII° secolo, dice: “Non è degno del Signore che è amore, mandare un povero peccatore all’inferno. Questo atteggiamento non va bene con la sua misericordia. I peccati sono atti e non essenze”. Simon Taibuteh, dello stesso periodo, dice: “L’esperienza ci insegna che quando la grazia opera in noi, la luce dell’amore per i nostri fratelli si diffonderà nei nostri cuori al punto che non vediamo i loro peccati”. Narsai, del V° secolo, ha dichiarato: “La misericordia di Dio e il suo amore non si misurano dal peccato umano”. Lo “sheol” (parola) che abbiamo tradotto con purgatorio, è un luogo di misericordia. La misericordia, come l’amore, non conosce limiti. L’amore non si sbaglia mai. Dio amore e misericordia ci ama, si abbassa su di noi, ci perdona e cammina con noi. Meditiamo la parabola del figliol prodigo in Luca 15. La misericordia del padre che ci aspetta: “Buono e misericordioso è il Signore, tardo all’ira e molto benigno… Come un padre ha compassione dei suoi figlioli (Sal 103: 8’13).  Questo è il nostro Dio!”.

L’Anno santo della Misericordia

L’Anno santo della Misericordia, che inizierà l’8 dicembre 2015 e terminerà il 30 novembre 2016, è un tempo forte per noi pastori e fedeli che ci chiama a essere veri “Missionari della Misericordia”, come dice papa Francesco. È un’occasione di conversione prima per noi pastori e, in particolare, verso i “lontani” come il Buon Pastore. Egli, Figlio di Dio, pur combattendo il peccato, non ha mai rifiutato nessun peccatore. In siriaco un vescovo è chiamato Hassia, che vuol dire il portatore del perdono; dobbiamo mantenere viva nel nostro cuore la grazia della Misericordia e parlare di Dio agli uomini del nostro tempo in un modo più comprensibile, con un linguaggio adeguato e chiaro, senza lasciare niente di ambiguo e di vago. Dobbiamo annunciare il Vangelo in modo nuovo e con entusiasmo, come sta facendo papa Francesco, ci ha chiesto durante il Sinodo sulla famiglia di usare le belle parole: “Per piacere, scusa, permesso e grazie”.

Il documento d’indizione inizia con l’affermazione che “Gesù Cristo è il volto della misericordia del Padre. Il mistero della fede cristiana sembra trovare in questa parola la sua sintesi”. La misericordia non è una parola astratta, ma un volto da scoprire, riconoscere, contemplare e servire. Le opere di misericordia davanti al dramma della povertà e dell’ingiustizia devono spingerci a entrare sempre di più nel cuore del Vangelo, dove i poveri sono i privilegiati della misericordia divina”. La Chiesa si faccia voce di ogni uomo e ogni donna e ripeta con fiducia e senza sosta: “Ricordati, Signore, della tua misericordia e del tuo amore, che è da sempre” (Sal 25,6).

Dobbiamo capire meglio la realtà in cui viviamo alla luce dello spirito e non fare in maniera meccanica o solo giuridica. Approfondiamo il nostro pensiero sulla parola di Gesù. Il sabato è per l’uomo e voglio misericordia e non sacrifici ( Mat 12-7). Cerchiamo lo spirito e il senso dei gesti e interiorizzare tutto questo come Maria: “Maria conserva in cuore tutte queste cose e le meditava” (Luca 2’19) L’importanza del silenzio e della contemplazione nella nostra vita è essenziale. Il nostro obiettivo è ascoltare, dialogare e ridare speranza ai giovani, aprire davanti a loro il futuro, aiutare i vecchi, i poveri e i perseguitati. Sentire la loro sofferenza.

Misericordia nelle sofferenze attuali in Iraq

“Per noi cristiani dell’Iraq il martirio è il carisma della nostra Chiesa. In quanto minoranza, siamo di fronte a difficoltà e sacrifici, ma siamo coscienti di essere testimoni di Cristo e ciò può significare anche arrivare al martirio” come hanno agito i nostri martiri lungo la storia, ma anche oggi: l’arcivescovo di Mosul Paolo Faraj Rahho, i padri Raghid Ganni, Wassim e Thair, e tanti fedeli. La fede e il martirio nella lingua araba hanno la stessa radice: “Shahid wa shahad”. Per noi la fede non è questione ideologica, o speculazione teologica, ma una realtà mistica di amore, è il DNA della nostra esistenza. La fede è un incontro personale con Cristo che ci conosce, ci ama e a cui ci doniamo totalmente. Per lui bisogna andare sempre oltre, fino al sacrificio come hanno fatto i cristiani di Mosul e dei villaggi della piana di Ninive un anno fa, nell’estate 2014. Sono per noi un onore e un segno di generosità.

Non vogliamo abbandonare la nostra patria svuotandola della presenza cristiana. L’Iraq è la nostra identità. Abbiamo una vocazione, dobbiamo testimoniare la gioia del Vangelo. Come Abramo figlio di questa terra che sperò, contro ogni speranza. Abramo era per tutti e noi siamo per tutti. Come patriarca, vescovi e preti siamo per tutti, per servire cristiani e musulmani, anche questa è la nostra missione che è un impegno assoluto. Nelle circostanze in cui viviamo dobbiamo essere più attenti ai nostri fratelli e sorelle sofferenti, sfollati, emigrati, ai poveri, orfani e alle vedove, metterci accanto a loro, essere presenti e vicini e accompagnarli con tutto quello che abbiamo, come forza e denaro, e dare loro segni di speranza. Che bello condividere ciò che abbiamo con gli altri, con gioia, come testimoni della nostra fede in Gesù Cristo. Quanto è bello mostrare amicizia, solidarietà e sostegno ai nostri fratelli musulmani. Dobbiamo collaborare con loro per una vita comune, in pace e in armonia. La nostra sofferenza comune diventa allora una forza, affinché passi la tempesta!

La misericordia deve essere per noi la maniera di testimoniare la presenza di Dio e di Gesù nel nostro mondo. La porta della misericordia deve essere sempre aperta: “Beati i misericordiosi, perché essi vedranno Dio” (Mat. 5-7).

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