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Dicembre 2015

Misericordia, parola che rompe gli argini

C’è un tempismo profetico in questo Giubileo voluto da Papa Francesco. Il tempismo sta nella parola che lo contrassegna: misericordia.

Sin dall’inizio del suo Pontificato si era capito che questa sarebbe stato l’orizzonte della sua azione: già nel primo Angelus aveva confessato di aver appena letto un libro che raccomandava all’attenzione di tutti. «In questi giorni – aveva detto – ho potuto leggere un libro di un cardinale – il Cardinale Kasper, un teologo in gamba, un buon teologo – sulla misericordia. E mi ha fatto tanto bene, quel libro… Il cardinale Kasper diceva che sentire misericordia, questa parola cambia tutto. È il meglio che noi possiamo sentire: cambia il mondo. Un po’ di misericordia rende il mondo meno freddo e più giusto. Abbiamo bisogno di capire bene questa misericordia di Dio, questo Padre misericordioso che ha tanta pazienza…». Abbiamo bisogno di capire questa misericordia di Dio, aveva detto allora Francesco. E ieri, nell’omelia prima dell’apertura della Porta Santa è tornato sullo stesso tasto: «Sarà un anno in cui crescere nella convinzione della misericordia».

Ma cosa significa nel concreto «capire», «crescere nella convinzione»? Come si traduce nei comportamenti quotidiani delle persone semplici e, si spera, anche nelle scelte di chi detiene il potere ai vari livelli? Francesco è sempre molto semplice nelle sue esemplificazioni: ha spiegato che si deve smettere di «fare torto a Dio» (sono sue parole di ieri), pensando che in Lui il giudizio sia anteposto alla Misericordia. Invece è il contrario, il perdono anticipa sempre il giudizio, sempre che l’uomo lo chieda e lo desideri. Perché questa è una delle conseguenze dell’essere creature amate dal Padre, cioè da colui che ci voluti.

Attraversare la porta, anzi le migliaia di porte che il Papa ha voluto come porte Sante della misericordia, significa proprio mettersi su questa sintonia, che è il metodo proprio di Dio. E su questa sintonia affrontare la vita, in tutti i suoi risvolti e in tutte le sue circostanze. Il moltiplicarsi delle porte è un segno straordinario, perché fa dell’Anno Santo non un rito speciale e «una tantum», ma quasi una possibile prassi quotidiana. Francesco ha voluto, con una scelta emblematica, che le porte delle celle siano «Porte Sante». «Ogni volta che i detenuti passeranno per la porta della loro cella, rivolgendo il pensiero e la preghiera al Padre» (parole del Papa).

In un momento in cui il mondo sembra alle prese con conflitti drammatici e a volte così irrazionali da risultare ingovernabili, ci voleva una forza «altra» per suggerire una strada che vale per tutti, ad ogni livello. E questa forza è la misericordia, parola che definisce l’identità di Dio in tutte e tre le religioni monoteiste (è nel primo versetto del Corano), ma che oggi viene proposta anche a quel grande pezzo di mondo laico e secolarizzato. Infatti la porta è un simbolo concreto che vale per tutti. La porta può essere tenuta aperta sulle linee di confine tra gli stati, la porta apre varchi nei muri, la porta è il luogo attraverso cui si va incontro a qualcuno o si accoglie chi ci viene incontro. È anche la porta delle case, che si possono aprire a gesti di accoglienza, o di ascolto e di amicizia.

Ecco perché la parola misericordia con Francesco ha assunto un significato e un impatto che avevamo perso. Non è rifugio in una salvezza intimistica come troppo spesso l’abbiamo recepita, ma è un «agire», è una breccia che abbatte i muri e rigenera speranza. Se si vuole è un Giubileo anche «politico» perché contrappone un’altra strategia a quella della guerra.

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