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Marzo 2016

La risurrezione di Cristo e la nostra vita

Il segreto della gioia non consiste nel successo delle nostre imprese o nella riuscita dei nostri progetti, ma nell'accoglienza di quel dono di vita che in ogni situazione ci è offerto

Ogni liturgia è memoria dell’ultima Pasqua di Gesù, il ricordo della sua fedeltà, culminata nella risurrezione. La liturgia ci fa rivivere passo a passo questa tappa dell’esistenza storica di Cristo ed ha nel giorno della Pasqua la sua espressione più gioiosa. Ma, come spesso avviene quando si utilizzano simboli, rischiamo di fermarci alla superficie e di non cogliere il senso profondo di ciò che ci rievoca. Non si tratta, infatti, di una pura rievocazione, ma di una celebrazione; non è semplice esercizio di memoria, ma coinvolgimento in una avventura che continua ancora oggi e che sollecita risposte. Occorre quindi precisare che cosa significhi la risurrezione per Gesù e che cosa implichi per noi celebrarla.

Gesù risorge

Spesso siamo tentati di oggettivare la risurrezione di Gesù e di considerarla un evento rappresentabile. Le raffigurazioni, che nei secoli più recenti numerosi artisti hanno creato, possono favorire questa presunzione e facilitare quindi questo errore. In realtà, applicato a Gesù, il termine risurrezione è un semplice modello, con cui si indica un evento indescrivibile e una situazione di vita irrapresentabile. Ci mancano infatti gli elementi necessari per capire che cosa sia avvenuto e per pensare la condizione a cui Gesù è pervenuto. La difficoltà è accresciuta anche dal fatto che il termine nell’uso corrente ha un significato proprio ed uno metaforico diversi da quello applicato a Cristo. In senso proprio il termine risurrezione si riferisce ad un morto cui, in un modo o in un altro, viene restituita la vita terrena. In senso metaforico invece si parla di un ammalato grave che riprende salute o di casi analoghi. Quando invece il termine viene applicato a Cristo e alle conseguenze che ha per la nostra vita spirituale la fede nel risorto, il senso del termine è diverso.
Riferito a Gesù, infatti, il termine risurrezione descrive, prima di tutto, la conseguenza di una sua attitudine nei confronti del Padre. Vuole dire che egli ha vissuto la morte ignominiosa con una tale fiducia nella forza dell’amore di Dio da farla esplodere come nuovo inizio, nel momento della sua sconfitta storica. Gesù cioè ha affrontato la violenza e l’odio che l’hanno condotto alla croce con un amore, una dedizione e una misericordia tali da consentire alla Parola creatrice di esprimersi in lui in maniera inedita. Nella passione e nella croce l’azione di Dio si è tradotta nell’amore e nella misericordia di Gesù, al punto che esse sono divenute il luogo di un’irruzione straordinaria della forza creatrice. Per questo è possibile dire allo stesso tempo che Dio ha risuscitato Gesù dai morti, ma anche che Gesù è risorto dai morti. L’azione di Dio infatti diventa sempre azione di creature quando si esprime nella storia umana.
In rapporto a Gesù risurrezione significa che egli ha vissuto con una tale fedeltà a Dio da realizzare un’esplosione di vita negli spazi della morte.
L’insegnamento perciò che riassume l’evento della risurrezione non riguarda tanto la trasformazione subita da Gesù o il suo stato glorioso, che ci sono completamente ignoti, quanto il fatto che l’amore è la ragione fontale e suprema di ogni forma di vita e che il destino di morte, intrinseco alla condizione attuale della creatura umana, non acquista senso che all’interno di un’esistenza pervasa da un amore incondizionato agli uomini e da una dedizione a Dio senza riserve.

Celebrare la risurrezione

Per i credenti in Cristo celebrare la risurrezione significa ritenere e sperimentare che la fede offre una reale possibilità di una vita nuova e piena di amore. In questo senso la risurrezione è un evento salvifico: fa rivivere l’esperienza dell’azione di Dio come amore creatore, stimola la vita in modo inedito e fa scoprire che la nostra esistenza è attraversata da una energia creatrice e rinnovatrice.
L’insegnamento della fede nella risurrezione, in rapporto ai credenti, quindi, non si riferisce tanto alla vita dopo la morte, cui non possiamo dare alcun contenuto mentale, quanto invece alla possibilità di vivere in modo positivo ogni situazione storica, anche la più negativa, e la certezza che l’amore incondizionato di una creatura, quando è fedele a Dio, è in grado di introdurre modalità nuove di esistenza e di salvare i peccatori dal male. Emblematico è il fatto che la prima espressione del dono della fede in Cristo risorto sia stata la pace, riflesso del perdono dei peccati (cf Gv 20, 19-23). Come la morte, anche il peccato diventa positivo quando è avvolto dalla misericordia, che è la forza dell’amore nella sua dimensione gratuita e creatrice. Fare memoria della risurrezione di Cristo, quindi, è evocare la croce come possibile luogo di vita, e il perdono dei peccati come recupero radicale del passato, reso possibile dall’amore.

La gioia dello Spirito

I primi cristiani hanno descritto questa esperienza come irruzione dello Spirito Santo. Le formule trinitarie con cui i cristiani hanno espresso la loro fede nell’unico Dio derivano appunto dalla narrazione di questa esperienza di fede in Dio, che ha risuscitato Gesù dai morti, costituendolo Figlio suo e nostro Signore, e che ha inondato di forza nuova (lo Spirito) coloro che ne accoglievano la presenza. L’annuncio fondamentale della Pasqua è che lo Spirito di Dio risuscita i figli dalla morte e la sua chiamata alla vita non ha ripensamenti. Questo annuncio può essere ripetuto nel mondo solamente da coloro che ne vivono il significato e ne diventano testimoni. La validità e l’efficacia del messaggio cristiano si verificano dalla capacità di diffondere vita, di alimentarla anche nelle situazioni negative e nei processi di morte.
Il segreto della gioia non consiste nel successo delle nostre imprese o nella riuscita dei nostri progetti, ma nell’accoglienza di quel dono di vita che in ogni situazione ci è offerto. Non esiste circostanza in cui ci sia impedito di crescere come figli di Dio, in cui cioè ci sia impossibile diffondere dinamiche di giustizia o ci possa essere impedito di esprimere la misericordia divina. Questa garanzia assoluta costituisce un solido ancoraggio alla Vita ed è per tutti, sempre, ragione di gioia.

(La vita del credente, Elledici 1996)

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