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Dicembre 2016

Frutti di conversione

Commento alle letture bibliche della II domenica di Avvento

Potente si staglia nella seconda domenica di avvento la figura profetica di Giovanni Battista e del suo messaggio. Ma più potente di lui si erge la figura del Messia annunciato da un altro grande compagno di viaggio del cammino di avvento dei credenti, il profeta Isaia («la mia salvezza è YHWH/Il Signore»).

Isaia annuncia un sogno ben fisso nella mente di Dio: l’invio del suo Messia, del suo unto, per rinnovare la terra. Giovanni Battista, novello Elia («mio Dio è YHWH/Il Signore»), si affanna, da parte sua, a ricordare le condizioni minime necessarie per poterlo accogliere.

Il Messia isaiano non sarà tanto un «figlio di Davide» ma un «Figlio di Iesse», padre di Davide. Sarà un discendente davidico, ma un po’ diverso. Dal tronco e dalle radici non del tutto morte della stirpe davidica, dopo il taglio del bosco operato dalla potenza assira (10,33-34), Dio farà sorgere un germoglio qualitativamente nuovo. Su di lui non irromperà con violenza, ma riposerà stabilmente lo stesso spirito del Signore YHWH. Esso lo riempirà di doni sapienziali, intellettuali, ma non mancherà la fortezza, che ha anche un risvolto di virtù militare. Corona la sua dote il «timore del Signore», che riassume tutte le sue qualità. Esso è ascolto obbediente e pieno di ossequio nei confronti del Signore assoluto della vita, riconoscendo la diversità abissale che segna fra il Grande e il piccolo uomo. Il timore del Signore – che non è la paura di Dio – è la radice e l’inizio di ogni sapienza umana.

Dalla persona del Messia sognato fortemente dal Signore – che lo invierà con certezza a tempo debito – nasce l’unica pace possibile fra i diversi e anche fra gli inconciliabili. Cinque coppie di animali feroci e sacrificali potranno vivere insieme pacificamente, pascoleranno (e alcune addirittura, con un piccolo gioco verbale, «diventeranno amiche»). Non sarà il paradiso originale, creazionale, restaurato perfettamente a livello ecologico, ma un paradiso messianico, la pace nuova definitiva, decisiva – escatologica, ma già iniziata – che viene da fuori, dal messia-unto del Signore. Egli non è ricoperto di potere derivante da oppressione dei poveri e ammasso di fortune miliardarie, ma arricchito dei doni di sapienza e di vita propri del Signore amante degli uomini.

Oggi sembra valere e degno di potere ciò che piace, ciò che parla alla “pancia” della gente, a desideri molto egoistici e autoreferenziali, espressi spesso in modo brutale. Il Messia si curerà soprattutto di chi ha più bisogno, e il suo potere starà soprattutto in una lingua di verità, di grazia e di giustizia che salva e riporta all’alleanza. Non una giustizia puramente punitiva e retributiva, ma salvifica e rinnovatrice.

La parola del Messia non uccide le persone, ma il male che le rovina come un tumore dall’interno, tenendole lontane da Dio («l’empio»). La sua parola è performatrice: realizza ciò che promette. Una promessa e un sogno insieme. Prende le forme di un popolo nuovo, messianico, definitivo, escatologico (la seconda domenica di avvento ci fa guardare ancora alla fine/al Fine ultima/o), ma che muove già saldamente i suoi passi sulla terra, germoglio concreto della possibilità reale, seppur iniziale, di un paradiso in cui anche Dio, e non solo il lattante, possa giocare con tutte le sue creature pacificate…

Ma i profeti veri non bastano mai per svegliare i nostri cuori ricoperti di grasso che impedisce proprio di vedere con «gli occhi del cuore» (cf. Ef 1,18), la sede dell’intelligenza e delle decisioni morali. Le parole forti di Giovanni Battista fanno da giusto pendant alla grazia immeritata dell’avvento del Messia.

Gli eventi attuali, che fanno intravedere danni incalcolabili per tutti derivanti da possibili decisioni prese da pochissime persone caricate di immenso potere, fanno percepire che non si può dare nulla per scontato o ineluttabilmente positivo («Abbiamo Abramo per padre»). Occorre un cambio deciso di mentalità (la famosa metanoia richiesta dal Battista).

La strada che il Signore promette è sua, sta procedendo lui con la tracciatura della direzione e con la soluzione dei problemi cantieristici più grossi. Ma a noi spetta accogliere il progetto, togliere via ogni cosa che può impedire la comoda e sicura viabilità delle strade del vivere umano. Nessuno può sfuggire agli esiti mortali di scelte personali e collettive sbagliate. Molti giovani l’hanno capito per primi, sulla loro pelle. Nessuno può riposare al sicuro, fiducioso nella scienza, nella tecnologia o nella forza del denaro e delle armi.

«Un frutto degno di conversione» ci viene chiesto, almeno uno, quello decisivo. Un frutto che sia degno, axios, all’altezza della situazione, giuridicamente corretto e garantito. Un frutto che sia segno, ma che soprattutto derivi da un cambiamento di mentalità rispetto all’omologazione imperante. I quaranta italiani premiati dal Presidente della Repubblica il 12 novembre scorso hanno posto piccoli/grandi segni di un modo nuovo di vivere, di essere popolo felice di vivere in un paese non misurabile solo su standard economici.

Primo passo è riconoscere i propri sbagli e assumersi le proprie responsabilità. Gesù Messia, però – a differenza di quel che pensava Giovanni Battista – non taglia per santificare e avvicinare a Dio, ma santifica infuocando di vita. Battezzerà/immergerà nella vita infuocata di Spirito settiforme ricevuto in dote, quello di cui parla Isaia. È lo Spirito del Figlio di Dio. Il messia accoglierà i frutti espressivi e degni del nostro cambio di mentalità, infuocherà di vita divina i piccoli/grandi gesti del nostro vivere quotidiano.

Quello che abbiamo scartato come indegno di noi stessi (e di Dio che ci ama), la paglia e i rami secchi di una vita tumorale che uccide, finirà solo a scaldare chi è già pieno di odio livoroso per l’uomo e per Dio, il Nemico e l’Avversario. Non c’ è posto per lui nel paradiso delle persone che seguono il Messia di Dio. Essi hanno capito dove c’è l’unica possibilità di vita vera e lo seguono con fiducia ed entusiasmo “infuocato”.

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