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Dicembre 2016

Natale: Gesù la grande tenda

La parola di Dio proclamata nella messa del giorno approfondisce la figura di quel Bimbo festeggiato nella notte

Dopo la gioia intima e consolante della notte del santo Natale di Gesù, a dire il vero un po’ mondanizzata e confusionaria, giunge più pacato l’annuncio del significato profondo di questa solennità così cara a tanta gente. La parola di Dio proclamata nella messa del giorno approfondisce la figura di quel Bimbo festeggiato nella notte. Narra di lui una lunga storia, molto ricca, come lo è un racconto serale fra amici rispetto agli scarni dati di una carta d’identità.

L’evangelizzatore della pace

Il Natale, secondo la prima lettura, è un vero e proprio ritorno dall’esodo. Un ritorno alla libertà, gridato dalle sentinelle alla popolazione stanca e sfiduciata. Il bimbo di cui celebriamo nel mistero la nascita a Betlemme è in realtà un evangelizzatore di pace, uno che porta buone notizie, che annuncia che la cronaca nera non ha l’ultima parola e che è possibile ricostruire “tutto e come prima” le rovine di Gerusalemme. Quella Gerusalemme devastata dall’esilio babilonese del 586 a.C. assomiglia all’animo di tante persone che cercano una ricostruzione interiore di fiducia, dialogo, ascolto e comprensione, e non l’urlo sfacciato e becero che molti media vomitano ogni giorno nel quotidiano della convivenza umana e familiare. Il Signore dei cristiani è un Dio che consola nel profondo, e non a basso prezzo. Lui non svende, ma regala il meglio della sua famiglia, un pezzo pregiato.

La lettura dice che il Signore ha “riscattato” Gerusalemme, il mondo, la Chiesa, il nostro animo più profondo inviando una persona che fa corpo unico col suo Signore, l’Inviante. Uno che finalmente dice una buona notizia, un vangelo di carne, un vangelo di vita che nasce e sconfigge per l’ennesima volta la solitudine dell’uomo avvitato nel sua stessa autodistruzione. «Tutti i confini della terra vedranno la salvezza del nostro Dio», di che pasta è fatta. Persona fatta carne, parente stretto che riscatta dalla morte per debiti e povertà irrecuperabile, che getta letteralmente sul lastrico.

La “Tenda Grande”

Nei primi momenti dei giorni terribili e lunghissimi del terremoto, del suo malefico e infinito sciame sismico si è avvertita benissimo la perdita di ogni realtà, di ogni punto di riferimento, la solitudine angosciante, il silenzio totale e irreale che stordisce per la sua subitaneità dopo l’urlo destabilizzante del sisma che sfogava tutta la sua magnitudo. È venuta a mancare la vita, la luce, la compagnia, la comunione, l’integrità del calore degli affetti delle persone della propria famiglia e del proprio paese.

Una parola eterna esisteva da sempre nella comunione della Trinità, perché la parola e l’unità sono le realtà essenziali per vivere. Poteva Dio Trinità stare ancora in cielo e non fra i suoi figli? La sua parola, la sua comunione, la sua vita che è luce per andare avanti nel cammino aveva già preso la strada di Betlemme duemila anni fa. Ma il suo avvento e la sua nascita non riescono ad aspettare i soli ritmi della presenza sacramentale nella celebrazione del mistero. Il posto di Dio è fra gli uomini, i suoi figli, soprattutto quelli più in difficoltà.

Vicino alla propria casa ogni famiglia colpita dal terremoto chiedeva la sua tenda provvisoria, per sé e per poter accudire alla vita dei propri animali e alla continuità del lavoro in azienda. Ma tutti chiedevano anche la “Tenda Grande”. Una tenda che abbracciasse tante più persone possibile per poter stare insieme, parlare e mangiare insieme, guardarsi negli occhi e farsi forza, stare vicino agli anziani riuniti per vincere una solitudine troppo crudele. Un desiderio di unità più forte degli immancabili disagi. Le tenebre non potevano averla vinta. Il male l’avevano fatto, e grande, ma non potevano avere l’ultima parola sui figli degli uomini.

Si chiedeva una “Tenda Grande”, perché si avvertiva che la vita è luce che guida i passi del futuro, è comunione, perché da soli non si va da nessuna parte. E la Parola di Dio ha voluto subito farsi vicina, mettere la sua “Tenda Grande” fra l’umanità sofferente, anche se in anticipo sui tempi liturgici. La Trinità è una “Tenda Grande” stabile ma all’occorrenza mobile, che segue i suoi figli anche quando da un albergo ospitale si vuol tornare vicino alla propria casa distrutta. Dio ha passeggiato nel giardino dell’Eden, è un Dio abituato a camminare sotto una tenda nel deserto durante la liberazione dall’Egitto e che non era in angustia perché non aveva ancora una reggia e un tempio di legno di cedro rivestito d’oro tutto per sé . Il nostro Dio ha posto la sua “Tenda Grande” fra noi, per abituarsi a vivere con noi, ma anche perché noi ci abituassimo a vivere con lui. E questo lo si può fare con interventi educativi dall’esterno, con le leggi e gli ammonimenti, che però spesso lasciano il tempo che trovano perché non possono cambiare la coscienza degradata e impenetrabile.

Grazia al posto di grazia

Ora, Dio Padre, fonte di ogni vita e di ogni bene, ha voluto eccedere nel suo amore già da sempre “eccessivo”. Per mano di Mosè aveva già donato al suo popolo Israele una grande grazia, la Torah, la sua istruzione che è insieme ammonimento, istruzione, legislazione, profezia, racconto di salvezza.

Ma era giunto il momento del grande passo. Il suo disegno bellissimo di fare di tutti gli uomini i suoi figli, ideato e già preparato fin da prima della fondazione del mondo (cf. lo splendido inno di Ef 1,3-14) era stato intralciato gravemente dalla sfiducia dell’uomo verso il suo creatore. Sfiducia e disobbedienza pensate come vie per crescere autonomamente, in una falsa libertà autofondantesi e divoratrice di ogni spazio vitale. L’amore del Padre ora vuol realizzare il suo piano dall’interno, cambiando il cuore dell’uomo. Assumere una vera umanità, diventare un Adamo nuovo che sorge dall’alto, per condividere la fatica degli Adami rovinati dalle loro stesse vie senza uscita. Un Adamo nuovo che porta in dono la vita vera, la luce che illumina ogni uomo, la bontà di Dio che consola e rimette in piedi e in cammino.

Ricostruire come prima e meglio di prima. In Gesù fatto carne il Padre ha dato una grazia grande, una grazia al posto di una grazia (così si potrebbe tradurre il v. 16). Una grazia fatta Persona divina, il Figlio di Dio, che assume, ingloba, invera e rende vivibile il meglio delle richieste della Torah donata con Mosè. Una “Tenda Grande” che raccoglie in sé anche la tenda più piccola, grande dono che conserva la sua preziosità. Non si tratta più di custodire e mantenere una vita nella libertà. Si tratta di creare una vita divina, una vita filiale, e questo un’istruzione non ha la capacità di realizzarlo.

Ecco alcuni aspetti della profondità e della ricchezza inesauribile di quel bimbo del quale abbiamo celebrato la nascita nel segno sacramentale della liturgia. Il Natale di vita e di luce, di grazia sovrabbondante è la nascita di una Persona, e il festeggiato è il Figlio di Dio, la Parola che ci dona parola, comunione, gioia di stare insieme, la bellezza dell’avventura di diventare progressivamente sempre più figli di Dio, con cuore vitale come il suo.

Dov’era Dio nel terremoto? Dov’è Dio nelle nostre angosce e rabbie per lo strapotere dell’impersonale volto della finanza mondiale, negli smarrimenti per un “Sì” o per un “No”? Egli è la vita degli uomini, e il nostro Dio rispetta il cammino della nostra incerta libertà. Ma l’uomo non può vivere senza punti di orientamento, mete sensate, sentieri di vita possibili, comunione che vince la solitudine e la povertà che attanaglia tanti piccoli appartamenti o “tende molto piccole”.

Il Gesù che celebriamo nel segno sacramentale che rende presente il mistero salvifico della sua incarnazione è la “Grande Tenda” della buona notizia che consola e libera, ma alle nostre sentinelle dice anche: «Guardate me, se cercate Dio. Guardate a me, ai miei gesti, alle mie parole, al cuore con cui mi muovo e allora sul vostro volto brillerà anche il Volto del Padre mio, così misterioso e inarrivabile». Grazia al posto di grazia, tende piccole dentro tende grandi, dentro il grande contenitore di vita e di luce di quel Padre amoroso che ci ha inviato nella carne il suo Figlio. Lo ha fatto per dare gioia serena perché fondata e non sguaiata, calma interiore fra i più vari tipi di terremoti, perché lui ha posto la sua tenda fra noi e cammina con noi.

È possibile vivere alla grande, è possibile diventare figli di Dio, creatori di comunione e ricostruttori di legami e delle più solide “tende” e “reti di comunione” antisismiche. «Dio nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che ce lo ha rivelato» (Gv 1,18). Tutta la terra ha veduto la salvezza del nostro Dio. Natale di Gesù: vita divina filiale per tutti. Questa vita è la luce degli uomini.

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