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Gennaio 2017

Beati i poveri in spirito

P. Fernando Armellini SCJ

Difficile dire in quanti modi sia stata interpretata questa beatitudine. Qualcuno l’ha banalizzata, sostenendo che essa è riferita ai miserabili, agli straccioni, ai mendicanti. Sarebbero loro le persone ideali delle quali Dio si compiace e dunque andrebbero lasciati nella loro condizione, anzi, bisognerebbe far sì che tutti diventassero come loro. Si tratta evidentemente di una interpretazione assurda, deviante, contraria a tutto il resto del vangelo. La comunità cristiana ideale non è quella in cui tutti sono indigenti, ma quella in cui “non c’è più alcun povero” (At 4,34).

Altri pensano che “poveri in spirito” siano coloro che, pur mantenendo il possesso dei loro beni materiali, riescono a non legarvi il cuore. Altri ancora ritengono che i poveri sono beati perché presto smetteranno di esserlo. Le ipotesi serie, sostenute da ottimi autori, sono almeno una dozzina. Qual è quella giusta?

Sappiamo bene cosa significa essere poveri: vuol dire non possedere nulla. Ma cosa significa in spirito?

Nei confronti della ricchezza Gesù non ha mai assunto un atteggiamento di disprezzo. Anche la “ricchezza disonesta” per lui diveniva buona quando era distribuita ai poveri (Lc 16,19), tuttavia, benché non l’abbia mai condannata, l’ha considerata un ostacolo pericoloso, insormontabile per molti, ad entrare nel regno dei cieli (Mt 19,23) e, a chi lo voleva seguire, ha chiesto la rinuncia a tutti i beni: “Chiunque di voi non rinunzia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo” (Lc 14,33).

È nel contesto di questa esigenza irrinunciabile di distacco totale e di condivisione con i poveri di tutto ciò che si possiede che va letta la nostra beatitudine.

Gesù non esalta la povertà in quanto tale. Aggiungendo la specificazione in spirito, chiarisce che non tutti i poveri sono beati. Devono considerarsi tali solo coloro che, per libera scelta, si spogliano di tutto. Poveri in spirito sono coloro che decidono di non possedere nulla per sé e di mettere tutto ciò che hanno a disposizione degli altri.

Si badi bene: povero secondo il vangelo non è colui che non possiede nulla, ma colui che non trattiene nulla per sé.

Qualche esempio ci può aiutare a capire. Il proprietario di una grande ditta può essere ricco o povero. È ricco se impiega gli utili che ricava dalla sua attività per soddisfare i propri capricci o quelli dei suoi familiari; è povero (pur possedendo grandi capitali) se vive in modo dignitoso, ma non spreca nulla per il superfluo, se gestisce la ricchezza preoccupandosi dei bisogni dei più deboli, se investe i suoi soldi per creare altri posti di lavoro…

Chi ha raggiunto una posizione sociale prestigiosa è ricco se diventa altezzoso, umilia i meno fortunati, pensa solo a se stesso; se invece mette le proprie capacità e doti a servizio degli altri, se si rende disponibile per chiunque abbia bisogno del suo aiuto è povero in spirito.

Anche chi è miserabile può non essere “povero in spirito”. Non lo è se maledice se stesso e gli altri, se tenta di migliorare la propria condizione con la violenza e con l’inganno, se pensa di liberarsi da solo disinteressandosi degli altri, se sogna di divenire a sua volta ricco o di sostituirsi ai ricchi.

La povertà volontaria, la rinuncia all’uso egoistico di tutti i beni che si possiedono (intelligenza, bel carattere, conoscenze, diplomi, posizione sociale, denaro, tempo libero…) non è qualcosa di facoltativo, non è un consiglio riservato ad alcuni che vogliono essere eroici o più perfetti degli altri. È ciò che contraddistingue il cristiano.

Si noti che la promessa che accompagna questa beatitudine non rimanda a un futuro lontano, non assicura l’entrata in paradiso dopo la morte, ma annuncia una gioia immediata: di essi è il regno dei cieli. Dal momento in cui si sceglie di essere e di rimanere poveri, si entra nel “regno dei cieli”, nel mondo nuovo inaugurato da Cristo.

Questa beatitudine non è un messaggio di rassegnazione, ma di speranza: nessuno più sarà bisognoso quando tutti diverranno “poveri in spirito”, quando metteranno i doni che hanno ricevuto da Dio a servizio dei fratelli, come fa Dio che, pur possedendo tutto, è infinitamente povero: non trattiene nulla per sé, è dono totale, è amore senza limiti.

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