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Gennaio 2017

“Luce grande” per le periferie

Il vangelo della domenica

A volte le cose coincidono. Quando viene la luce per qualcuno, per un altro si aprono le porte della galera oscura del Macheronte, che si erge sui contrafforti orientali della parte settentrionale del Mar Morto. La lampada del precursore Giovanni Battista ha brillato per un po’ di tempo, ma il “debole” Erode Antipa ha deciso che poteva bastare così.

Ora però è il tempo della “luce grande” dell’Annunciato, Gesù di Nazaret. Messo in prigione l’araldo, l’Annunciato si allontana dal Giordano e torna nella terra in cui è cresciuto nel nascondimento per trent’anni, a Nazaret. Vi aveva imparato la lingua, la vita di fede e di preghiera, il lavoro manuale, il ritmo della vita familiare, la convivenza sociale con tutti i suoi problemi. Aveva osservato il lavoro dei contadini e degli artigiani, la fatica quotidiana delle donne, le gioiose scorribande dei bambini, la miseria sempre in agguato dietro l’angolo a causa di possibili carestie o aumenti di tasse degli occupanti romani e dei loro vassalli erodiani.

Ma, dopo il battesimo al Giordano, Gesù prende la decisione di iniziare la sua missione pubblica. La luce non può rimanere nascosta sotto il moggio, ma va posta sul lucerniere perché faccia luce alla famiglia, agli ospiti che vi entrano, al popolo che l’attende da secoli.

Le coincidenze non sono tali per i credenti, ma sono compimenti di promesse antiche, mai revocate. L’evangelista Matteo ne è profondamente convinto e dissemina tutto il suo racconto con una ventina di citazioni di compimento di parole divine e profetiche raccolte negli scritti sacri degli ebrei, quello che diventerà l’Antico o Primo Testamento.

Gesù decide di spostarsi nel ganglio vitale della “curva delle genti”, Cafarnao. Dal suo villaggio, posto a 500 metri di altezza, “scende” a Cafarnao, posta a 200 metri sotto il livello del mare. Una discesa certo, ma non agli inferi. Una discesa non per nascondersi ancora di più, ma per condividere meglio la condizione di chi sta “lontano” e “sotto”.

Cafarnao è una cittadina popolosa, posta sulla Via maris. Vi passa di tutto: commercianti, viaggiatori, militari, prostitute, lavoratori giornalieri, pescatori che vanno a vendere pesce fresco e pesce posto sotto sale. Poco fuori città c’è la dogana, con le tasse da pagare e i soldati mercenari al soldo di Roma occupante da non far arrabbiare. Subito di là comincia la tetrarchia dell’Iturea e della Traconitide, retta da Filippo, un altro figlio di Erode il Grande.

“Luce grande”. Come si può essere “luce grande” nella vita quotidiana della gente indaffarata, preoccupata, tesa, tentata di ribellarsi e di alzare la voce?

Gesù è luce grande con la sua persona. Le notti passate in preghiera a contatto col Padre gli hanno fatto capire che la gente ha bisogno di sentire parlare e di vedere Dio nella propria vita di lavoro, di fatica, di gioia, di malattie, di convivenza sociale più o meno facile. E Gesù va direttamente al sodo. Proclama chiaro che occorre convertirsi, “cambiare mentalità”, perché qualcosa di grande ormai sta toccando i lembi della vita della gente. Dio Padre ha fretta di instaurare la sua regalità di amore, di misericordia, di vicinanza agli ultimi, ai poveri. Dio Padre ha fretta di amare la gente e che la gente lo sappia e lo senta. Dentro, profondamente. Nel cuore, nella testa, nelle viscere. Dio Padre vuole stare nella vita, a stretto contatto con la vita quotidiana.

La luce non cambia le cose, cambia radicalmente il modo di vederle e di viverle. Rende possibile gioirne al vederle belle, dà lo slancio e la direzione per cambiarle quando sono brutte, disumane, laceranti la vita con sfregi di oppressione, solitudine, odio, incomprensione. “Luce grande” per i pescatori del lago, per i giornalieri che coltivano con fatica le viti e gli ulivi, “luce grande” per chi vive e si arrabatta per mettere insieme pranzo e cena (di solito solo la cena…).

E Gesù cammina, passa, si intrufola nella vita quotidiana, parla con le persone, sorride loro, la sta ad ascoltare e poi, alla fine, fa loro vedere la “luce grande” che gli parte dal cuore. La bella notizia che Dio sta dalla parte degli uomini, abita la strada e il lavoro, non solo il tempio e la sinagoga. Abita la vita, l’amore, la comunione. Non può sopportare delitto e solennità, religiosità superficiale e cura affannosa dei propri interessi di corto respiro, se non addirittura di oppressione e di danneggiamento degli altri. La grande luce è il vangelo, la bella notizia, la persona di Gesù che porta la luce del Padre, proprio là nelle terre di periferie un tempo umiliate dalle tenebre e dalla morte.

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