ReliPress | RELIGIOUS LIFE PRESS
Ottobre 2017

Niente sarà più come prima

Numerose le ragioni per cui ai cristiani sarà difficile, per non dire impossibile, tornare nei luoghi da dove son stati costretti brutalmente a fuggire. Il problema non riguarda solo la ricostruzione delle case, ma tutto il tessuto religioso e sociale distrutto. Sono ormai poche le famiglie che non pensino di andarsene.

Antonio Dall'Osto

Secondo quanto ha dichiarato l’arcivescovo siro-cattolico di Mosul, Yohanna Petrois Mouche, non c’è da aspettarsi un rapido ritorno dei cristiani ora che la città è stata riconquistata e liberata. In un’intervista rilasciata lo scorso 24 luglio alla Pontificia opera tedesca Kirche in Not, ha affermato che «per il momento è impossibile vivere qui in maniera durevole poiché Mosul è completamente distrutta».
Per ora, ha aggiunto, sono venuti solo per qualche ora dei cristiani che avevano vissuto qui prima della conquista delle milizie del cosiddetto “Stato Islamico”, per vedere le loro case. Hanno trovato tutto distrutto.
Per molti perciò l’alternativa rimane di tornare nella piana di Ninive dove, pur essendo stati distrutti i villaggi cristiani, è già iniziata la ricostruzione. Mosul, ha precisato l’arcivescovo, adesso è ufficialmente liberata, ma in vari luoghi si nascondono ancora dei seguaci dell’Isis. «Sono però sicuro, – ha sottolineato – che saranno presto scovati». Ma la cosa più importante è che cambi l’atteggiamento degli abitanti «che si sono lasciati sedurre dall’ideologia islamista». Secondo l’arcivescovo tuttavia è possibile che cristiani e musulmani possano continuare a stare insieme, ma «è necessario imparare a vivere insieme in pace».
Su un possibile ritorno dei cristiani a Mosul si era invece espresso con grande perplessità, l’autunno scorso, l’esperto del Medio Oriente, Otmar Oerhing, coordinatore internazionale del dialogo religioso della Fondazione Konrad-Adenauer. Fin dall’inizio dell’offensiva per la riconquista della città, dopo aver visitato il paese, aveva dichiarato che, a suo parere, «a Mosul non sarebbe tornato più nessun cristiano». Per delle ragioni molto ovvie. Anzitutto perché la radicalizzazione della popolazione musulmana di Mosul era iniziata già parecchio tempo prima della conquista da parte dello “Stato Islamico”. Le case dei cristiani erano state marcate con dei contrassegni, facendo capire che a Mosul non c’era più posto per loro.
In secondo luogo, perché, se anche i cristiani tornassero, mancherebbe loro il denaro per la ricostruzione: in più non ci sarebbe alcuna garanzia di sicurezza. Non ci sarebbe da sperare neanche sulla presenza di truppe dell’ONU, cosa inaccettabile in uno Stato sovrano. E nemmeno avrebbe effetto «un influsso sul governo iracheno – in particolare da parte degli Stati Uniti – come alcuni capi religiosi pensano».
A suo parere perciò «c’è purtroppo molto da dubitare che possa esserci una riconciliazione ». Chi invece spera che questa sia possibile è il Patriarca caldeo Louis Raphael Sako, il quale fin dall’inizio della liberazione aveva espresso la speranza che la città di Mosul tornasse ad essere nuovamente un punto d’incontro multiculturale tra diverse culture, etnie e religioni. E si augurava che dopo la liberazione dallo “Stato islamico” anche nella circostante piana di Ninive venissero rispettati i diritti di tutti i cittadini, dei gruppi popolari e religiosi, e fosse combattuta ogni discriminazione.
A suo parere, i cristiani dovrebbero ora cercare di ricostruire la fiducia verso i loro vicini musulmani. Secondo dati locali, prima della conquista di Mosul da parte dell’Isis, vivevano in città oltre 25.000 cristiani e nella circostante piana di Ninive vi erano molti villaggi a maggioranza cristiana. Ma ora ci sono almeno 13.000 case danneggiate o completamente distrutte e ridotte a un cumulo di macerie.

Commenti
Pietro Moretti
mercoledì, 04 ottobre 2017 - 08:17

Come cristiani, abbiamo il dovere morale di sperare che un giorno in Iraq, dove tutto ebbe inizio con Abramo, ritornerà la pace tra gli uomini e si avvererà la profezia di Isaia.

E' una frase troppo ovvia, dire che nulla sarà come prima, perchè è vera per ognuno di noi, in ogni giorno delle nostre vite. La vita eterna in cui crediamo non è un fermo immagine, magari quello più comodo e sicuro.

Anche gli apostoli e Maria hanno vissuto momenti di profonda tristezza e sentimenti di abbandono e smarrimento, quando Gesù è morto, eppure lui è Risorto ed oggi la sua Parola è ancora viva.

Anche il papà di San Francesco, che oggi celebriamo, ha vissuto col cuore pieno di sdegno e ripudio e pervaso da sentimenti di sconfitta, nel vedere che suo figlio lasciava tutto per andare a vivere come un mendicante e uno sbandato. Eppure oggi San Francesco è tra i santi più amati, quale motivo di orgoglio potrebbe essere più grande per un genitore.

Non possiamo dunque credere che il dolore e la fede di milioni di persone che oggi vivono nella sterile commiserazione della parte più felice del mondo, verranno dimenticati e cancellati per sempre, perchè è vero, nulla sarà come prima ma per i giusti l'amore, la giustizia e la gloria un giorno arriveranno e saranno per sempre.

un caro saluto
Pietro Moretti

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